Il Castello Savelli, le porte del borgo, abbazie e fontanili: i monumenti che raccontano mille anni di storia.
In fondo alla Valle Lunga, ai piedi del Monte Gennaro, una chiesa romanica custodisce l'iconostasi marmorea di Centurio del 1170, l'unico ciclo di affreschi dei Guglielmiti in Italia e la cripta della sorgente che scorre come argento vivo.
La rocca che domina il borgo di Palombara: quattordici secoli di storia, dal castrum longobardo alla residenza rinascimentale dei Savelli.
Un labirinto di vicoli che sale avvolgendosi attorno alla rocca dei Savelli, tra panorami sulla Sabina, chiese antiche e il profumo dei ciliegi.
Un paese sospeso nel tempo, dove le case vuote e l'abside diroccata raccontano la notte in cui la terra tremò e Stazzano cambiò per sempre.
«La più potente città sabina» secondo Varrone, nemica di Roma fino al V secolo a.C.: le ricognizioni di Rodolfo Lanciani del 1907 la collocarono sul colle di Castiglione, ma sulla sua identità gli studiosi discutono ancora.
Il Gazzarino è uno dei luoghi storici del borgo di Palombara, Dove si affaciava la vecchia sede del Comune.Era il centro nevralgifo fino al 1700
A un miglio da Palombara sorgeva un castello popolato, con case, vassalli e municipio propri: venduto insieme a Palombara nel 1278, entrò nel testamento di un papa e fu cancellato dalle guerre tra Savelli e Orsini.
Il castello dei Savelli in cima a Stazzano Vecchio: quattro torri, un mastio e un palazzo cinquecentesco, oggi ruderi affacciati su ulivi e ciliegi.
Un castello scomparso del territorio sabino, legato alla famiglia 'Palombara' e ricordato nei documenti del Quattrocento.
Voluto dai Savelli e costruito nel 1459 da padre Filippo da Massa attorno a un'antica cappella trecentesca, il convento-«Ritiro» francescano custodisce un chiostro con quarantatré storie affrescate, la tavola della Madonna della Neve e la memoria di tre frati saliti in fama di santità.
Tra gli oliveti e i boschi di Monte Gennaro, i ruderi di un eremo medievale legato ai monaci dell'Abbazia di San Giovanni in Argentella, oggi tappa del sentiero verso la vetta.
Matteo Quaglini era un giovane giornalista in forte crescita nel panorama delle emittenti radio-televisive romane.
Nasce in un contesto storico preciso: tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, quando anche nei piccoli centri rurali del Lazio si iniziò a introdurre una prima forma di industrializzazione legata…
Fontana lungo la via di Sala Sena, l'antica salita che porta a Porta Sant'Egidio, nella parte più fortificata del borgo dominata dal torrione.
La sorgente storica ai piedi del colle dei Savelli, cuore idrico del borgo per secoli: qui l'acquaiolo attingeva l'acqua a dorso di mulo e la comunità si ritrovava al tramonto, fino all'acquedotto del 1881.
I forni pubblici del borgo, tra le parrocchie di San Biagio e Sant'Egidio: per secoli cuocere il pane fu una privativa dei signori, poi un diritto gestito in affitto dalla Comunità.
Il forno del Palazzo, per secoli monopolio dei signori di Palombara: unico forno della terra, dato in affitto per 200 scudi l'anno nel 1637 e ricordato come 'forno venale' intorno al 1750.
Fonti, fontanili, abbeveratoi e lavatoi raccontano come Palombara ha vissuto per secoli con la sete: un percorso della memoria dell'acqua, ai piedi del colle dei Savelli, tra Fonte Vecchia e la via di Sallasena.
Tra X e XIII secolo la campagna intorno a Palombara si riempì di piccoli castelli fortificati. Molti non superarono il Medioevo: Caminata, Fistula, il Castellum de Pizo e altri *castra* di cui oggi restano quasi soltanto i nomi, sepolti nelle pergamene di Farfa e dell'Argentella.
Il Fontanone di Piazza Vittorio Veneto, simbolo del centro storico di Palombara: dopo anni di silenzio è tornato a zampillare con il restauro della piazza inaugurato nel 2025.
A pochi centimetri sotto l'asfalto, presso l'edicola dell'Immacolata, dorme un pavimento romano a mosaico geometrico: scoperto negli anni Cinquanta e mai rimosso, è ancora lì, invisibile, sotto i piedi di chi passa.
Una tavola attribuita ad Antonio da Viterbo, nata dalla devozione dei mercanti di neve: il Bambino regge un mondo diviso in tre parti — Europa, Asia e Africa — perché l'America non era ancora stata scoperta.
Un intenso ritratto romano di eta' tardo-repubblicana, scolpito nel marmo alla fine del I secolo a.C. e ritrovato a Palombara Sabina: oggi e' uno dei volti del Museo Nazionale Romano, a Palazzo Massimo alle Terme.
Nel 1170 il marmoraro Centurio firmò per il chierico Girardo una transenna di marmi policromi — porfido, verde antico e marmo bianco — davanti alla cappella della Madonna: il tesoro d'arte più prezioso dell'Abbazia, che Luttazi paragonava ai mosaici di Santa Maria Maggiore.
Un profilo merlato che spunta tra i boschi di Monte Gennaro, sospeso sopra la valle di Casoli: un capriccio novecentesco diventato silhouette del paesaggio, che si ammira solo da lontano.
Pozzi-trabocchetto, botole nascoste, passerelle che sparivano nel vuoto e pece ardente dall'alto: il Castello di Palombara non era solo un muro da scalare, ma una macchina d'inganni pensata per intrappolare chi osava entrare.
Due sole porte aprivano il "revellino" murato che avvolge il colle: una difesa da manuale, con torri, piombatoie e ponti levatoi, e teatro del tradimento che nel 1180 fece cadere un antipapa.
Tra i diritti feudali di Palombara ceduti ai Borghese nel 1636 figurano sia il molino a olio sia la facoltà di far calce: due privative produttive della corte signorile.
Il frantoio della corte signorile di Palombara: un tempo unico mulino per l'olio del feudo, esercitato in esclusiva dai signori e ceduto ai Borghese nel 1636.
Il frantoio comunale dell'Orto, costruito di pianta nel primo Ottocento da Gio Batta Tosi con le sue due mole per la molitura delle olive.
Un corridoio fortificato di 76 metri, scavato nel fianco del castello: la 'via del soccorso' dei balestrieri di Palombara, con la sua galleria di feritoie e il torrione terminale.
Sotto i vicoli e il colle del castello si nasconde un'altra Palombara: fosse per il grano scavate a imbuto rovesciato in mezzo alle strade, pozzi e cisterne, giare murate e cunicoli aperti nella roccia.
L'antico varco d'accesso al borgo-castello di Stazzano Vecchio, incastonato tra il torrione esterno della cinta e la chiesa del paese.
Ruderi, marmi, acquedotti e una necropoli affiorati nelle campagne verso il Tevere: le tracce, in gran parte invisibili, del territorio romano da cui nacque Palombara.
Un intero borgo fortificato inghiottito dal bosco, tra doppie mura merlate, una cisterna romana e il ricordo di Cameria, la città sabina che i secoli hanno cancellato.
Uno dei vicoli più stretti e caratteristici del borgo di Palombara, il cui nome curioso è legato scherzosamente alla tradizione popolare, per la strettezza che quasi "costringe a sfiorarsi".