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Muro del soccorso

Borgo

Muro del soccorso

Un corridoio fortificato di 76 metri, scavato nel fianco del castello: la 'via del soccorso' dei balestrieri di Palombara, con la sua galleria di feritoie e il torrione terminale.

Una via segreta lungo il castello

Il Muro del Soccorso — così chiamato già nella convenzione tra i Savelli del 1476 — è uno degli elementi più originali del castello di Palombara. Non è un semplice muro, ma un camminamento fortificato lungo 76 metri che scende dal prospetto settentrionale della rocca fino alle mura estreme del borgo medievale, superando un dislivello di 25 metri. Due muraglie parallele, coronate da merli guelfi (ventisei da un lato, ventiquattro dall'altro), racchiudono al loro interno una galleria stretta e coperta.

Questa galleria, larga appena un metro, si sviluppa per 61 metri con un'altezza di circa 3,50 metri ed è illuminata da 27 feritoie per archibugio. Al termine del percorso si erge un torrione alto 15 metri, con una singolare pianta "a ferro di gondola" che si allarga verso la chiesa di Sant'Egidio, dotato di un ingresso ad arco un tempo protetto da un ponte levatoio gettato sopra il dirupo.

Come funzionava la difesa

La funzione del Muro del Soccorso era permettere ai difensori — in particolare al corpo scelto dei balestrieri — di raggiungere il torrione e tornare alla rocca senza mai esporsi alla vista e al tiro nemico. Lo storico che lo studiò ne colse l'analogia con il celebre "corridore di Borgo" di Castel Sant'Angelo, il passaggio protetto attraverso il quale un papa poté mettersi in salvo durante il sacco di Roma.

L'intera struttura era concepita come un sistema difensivo a incastro: chi fosse penetrato nell'androne si trovava di fronte ripide scale, un pozzo interno battuto dall'alto attraverso una botola, l'erta della galleria presidiata dai difensori e, a metà percorso, un'apertura sul colmo dell'arco detto di Sant'Antonio, utile come osservatorio e bocca di lancio. Il Muro del Soccorso entrò davvero in azione durante gli assedi di fine Quattrocento, quando Troilo Savelli si attestò su di esso per bersagliare gli assalitori con pece infiammata.

Tra storia e leggenda

Databile dagli studi tra il 1445 e il 1463, all'epoca di Giacomo Savelli detto "il ribelle" (la pagina comunale lo colloca più genericamente tra il XIII e il XV secolo), il torrione custodisce anche una delle leggende "nere" del castello. La fantasia popolare vuole che sul fondo del suo pozzo fossero state infisse lame taglienti, sulle quali sarebbero stati fatti precipitare i condannati. È bene ricordarlo per ciò che è, una leggenda: lo studioso che ne raccolse il racconto precisa che nessun episodio del genere è tramandato e che lo Statuto di Palombara non prevedeva la pena di morte.

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