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Convento di San Francesco

Convento

Convento di San Francesco

Voluto dai Savelli e costruito nel 1459 da padre Filippo da Massa attorno a un'antica cappella trecentesca, il convento-«Ritiro» francescano custodisce un chiostro con quarantatré storie affrescate, la tavola della Madonna della Neve e la memoria di tre frati saliti in fama di santità.

Poco fuori dal centro storico di Palombara Sabina, su un colle affacciato sulla campagna e sugli oliveti dei Monti Lucretili, sorge uno dei luoghi più silenziosi e suggestivi del paese: la Chiesa e Convento di San Francesco. Non lo si scorge subito dal borgo; bisogna cercarlo, salendo lungo la vecchia via che porta verso gli uliveti, là dove finiscono le case e comincia il paesaggio. Il colle dista dall'abitato poco più di un miglio — unico tanto miliari, annotavano gli antichi documenti — e i frati stessi lo chiamavano semplicemente il "Ritiro".

È un luogo doppio, di pietra e di devozione. Doppio nelle origini, perché nacque dall'incontro tra un'antica devozione popolare — quella della Madonna della Neve, legata al mestiere scomparso dei "mercanti di neve" — e la volontà dei signori di Palombara, i Savelli. Doppio nell'anima, perché fu insieme casa di preghiera francescana, luogo di santità e scrigno d'arte.

Chi vi arriva oggi trova un complesso che il tempo e la guerra avevano quasi cancellato e che un lungo lavoro di recupero sta riportando alla luce: la chiesa, il chiostro con quarantatré storie affrescate di San Francesco e Sant'Antonio, il refettorio con la sua Ultima Cena, la cappella trecentesca, gli ambienti dove vissero uomini poi venerati come santi. È una visita che parla di fede popolare, di arte di provincia sorprendentemente alta e di storia dei Savelli. Gran parte di ciò che oggi sappiamo di questo luogo si deve alla paziente ricerca d'archivio del parroco don Bruno Marchetti, autore del volume Il Convento di San Francesco a Palombara Sabina.

Architettura

Il convento è un vasto complesso sviluppato su tre piani — uno interrato, scavato nel tufo per convogliare le acque piovane al pozzo, e due sopraelevati — per una superficie di circa 1.890 metri quadri (1.110 coperti). Al piano terra si aprivano trentuno vani a volta a botte per i servizi della comunità; al primo piano il dormitorio con le celle dei frati e la biblioteca. La chiesa, di derivazione architettonica cistercense come tipico degli Ordini Mendicanti, era in origine un'aula rettangolare a navata unica; l'ampliamento del 1741 le diede l'aspetto attuale, con le cappelle laterali e la facciata manierista. Il campanile ha la base coeva al primo convento e la parte superiore rialzata nel 1645 con le offerte dei fedeli.

Il gioiello più antico è la cappella trecentesca (una piccola aula quadrata di quattro metri per lato), oggi inglobata negli ambienti conventuali. Le sue pareti sono nascoste da intonaco e calce, ma la volta a crociera conserva gli affreschi più antichi, databili all'ultimo quarto del Quattrocento: nei quattro spicchi i simboli degli Evangelisti e, al centro, Cristo docente che benedice tra angeli. Sulla parete di fondo, dove un tempo era l'altare, un grande affresco (150×200 cm) raffigura San Francesco che riceve le stimmate, con ai piedi un teschio, "elemento di meditazione sulla fugacità della vita"; ai lati, la Fuga in Egitto e l'Annunciazione, del Seicento e di scuola romana. L'iscrizione a lettere capitali — «Domum portam et tumulum pater Francisce visita et Evae prolem miseram a somno mortis excita» — fu apposta nel 1741, all'apertura del nuovo ingresso.

Il vero tesoro, però, è il chiostro: un portico quadrangolare di circa 210 metri quadri, con un ciclo di quarantatré storie affrescate della vita di San Francesco e di Sant'Antonio, opera settecentesca di più pittori. I riquadri, corredati di didascalie in latino e in italiano e degli stemmi dei Savelli, compongono un vero "racconto per immagini"; nei corridoi campeggiano massime devote, come il celebre «Satanas fuggit, Infernus contremiscit dum dicitur Ave Maria». Tra tutti spicca l'affresco fantasioso dell'arrivo in barca di San Francesco a Palombara: una scena immaginaria ambientata però su uno sfondo realistico del borgo, con i due campanili, il castello Savelli e le strade che corrispondono alle attuali via degli Ulivi e via dei Cerasari, e Castiglione in alto a destra. Al centro del chiostro il pozzo "alla veneziana", alimentato dalle acque dei tetti.

Nel refettorio, dalle pareti un tempo rivestite in noce, un grande affresco settecentesco raffigura l'Ultima Cena (180×400 cm), con al centro il cartiglio «Silentium»: la memoria viva della regola del silenzio a tavola.

Fuori dalla chiesa si snodava la Via Crucis del Monte Calvario, con le sue quattordici stazioni distribuite lungo 237 metri, sotto alberi ad alto fusto, fino alla Cappella del Crocifisso in cima al colle. Le prime, semplici croci di legno furono volute da san Tommaso da Cori; le sostituì poi padre Francesco da Collodi con edicole in muratura contenenti quattordici formelle in terracotta policroma. A lungo ritenute di autore ignoto, queste terrecotte sono state restituite da don Marchetti al loro autore, padre Bernardino di Caprarola, che si firmò nella quarta stazione: «P. Bernardino di Caprarola M.O. 1848». Del percorso restano oggi pochi ruderi; nove formelle superstiti, di proprietà comunale, sono custodite nell'antica chiesa di San Pietro.

Cosa vedere

Legata indissolubilmente al convento è la [tavola della Madonna della Neve](/luoghi/madonna-della-neve-quadro), opera del pittore Antonio da Viterbo (misura 122×67 cm), con la Vergine in trono, il Bambino che regge un globo diviso in tre parti — Europa, Asia e Africa, perché l'America non era ancora stata scoperta — e Dio Padre benedicente. Dopo l'abbandono dei frati e una vertenza col Comune risolta a favore della Comunità di Palombara, la venerata immagine fu collocata, dal 1895, sull'altare maggiore della Collegiata di San Biagio, dove tuttora si trova; sull'attuale altare maggiore del convento resta invece una tela di Antonio Concioli.

Chi visita il complesso non deve perdere il chiostro affrescato con le quarantatré storie francescane, la cappella trecentesca con la volta degli Evangelisti, e il tracciato del Monte Calvario. Per ammirare la Madonna della Neve — cuore devozionale originario del luogo — occorre invece scendere nel borgo, alla Collegiata di San Biagio, dove riposano anche le spoglie di padre Francesco da Collodi: un percorso che ricompone un filo di devozione lungo cinque secoli. La storia dei frati che resero celebre questo luogo è raccontata nella scheda dedicata ai [santi e frati del Convento](/luoghi/santi-del-convento).

Curiosità

  1. Un globo prima di Colombo. La tavola della Madonna della Neve mostra il Bambino che regge un mappamondo diviso in tre parti — Europa, Asia e Africa: l'America non era ancora stata scoperta. Sul retro dell'opera è incisa una data — letta come "1414" o "1474" a seconda degli studiosi — che i critici mettono in tensione con l'attività del pittore, collocabile verso la metà del Quattrocento.
  1. Il santo che si sollevava da terra. Secondo la testimonianza raccolta negli atti processuali, san Tommaso da Cori fu visto sollevarsi da terra mentre celebrava la Messa nella cappella del SS. Crocifisso; a lui si deve la prima Via Crucis del Monte Calvario, con le quattordici croci di legno del 1707.
  1. La Madonna incoronata dal Duca di York. La "dura controversia" del 1779 tra frati e comunità sul possesso dell'icona si concluse con l'incoronazione solenne della Madonna della Neve, il 17 ottobre 1790, alla presenza del cardinale Enrico Stuart, Duca di York, ultimo discendente degli Stuart pretendenti al trono d'Inghilterra.
  1. Il forno militare del 1944. Durante la Seconda guerra mondiale i soldati tedeschi installarono nella chiesa un grande forno da campo che riforniva le truppe impegnate a Cassino; il convento fu poi ridotto a stalla, mentre — per una singolare sorte — la località restò ignorata dai bombardamenti aerei.
  1. Il "frate dei miracoli". Padre Francesco da Collodi, morto nel 1863 dopo ventidue anni da guardiano, ebbe fama di santità: si racconta che la sua salma restò flessibile e incorrotta per settantacinque ore e che i devoti ne tagliuzzarono gli abiti per averne una reliquia. Nel 1930 i suoi resti furono traslati nella Collegiata di San Biagio, dentro un sarcofago prelevato dall'abbazia di San Giovanni in Argentella.
  1. Il furto del 1980. Nel gennaio 1980, dal Palazzo Comunale — dove era stata trasferita — fu rubata una predella d'altare di scuola toscana raffigurante la Flagellazione di Cristo, proveniente dal convento, insieme a un crocifisso settecentesco intarsiato di madreperla, un'urna di metallo e una copia dello Statuto.

Informazioni per la visita

  • Ubicazione: il convento sorge poco fuori dal centro storico di Palombara Sabina, su un colle lungo la vecchia via che sale tra gli oliveti, in prossimità del cimitero comunale.
  • Accessibilità: trattandosi di un complesso storico su un colle, il percorso può presentare dislivelli e pavimentazioni irregolari; scarpe comode consigliate. (Accessibilità per persone con difficoltà motorie: da verificare in loco.)
  • Orari: la chiesa è stata restaurata tra il 2003 e il 2014, ma il complesso è ancora oggetto di interventi di recupero e non è necessariamente sempre visitabile. Orari e modalità di apertura (visite guidate, eventi, giornate di valorizzazione) vanno confermati con la Parrocchia di San Biagio, il Comune o i gestori del complesso. (Da verificare stagionalmente.)
  • Consiglio: abbinare la visita alla Collegiata di San Biagio, nel borgo, dove si conservano la tavola della Madonna della Neve e le spoglie di padre Francesco da Collodi: un itinerario ideale che unisce il luogo d'origine del culto e la sua destinazione attuale.

Storia

Le radici del convento affondano in una devozione più antica dell'edificio stesso. Sul Colle San Francesco esisteva già nel Trecento un edificio dedicato al Santo di Assisi: il Registrum omnium ecclesiarum dioecesis sabinensis, il censimento delle chiese della diocesi voluto dal vescovo Pedro Gómez Barroso e redatto nel 1343, elenca a Palombara — accanto alle chiese di San Biagio e Sant'Egidio — una cappella di San Francesco, che risulta l'unica dedicata al Santo di Assisi in tutta la diocesi di Sabina nel XIV secolo: un piccolo primato locale, a meno di novant'anni dalla morte del Santo.

La tradizione degli storici francescani colloca al 1314 la costruzione di una cappella "della Madonna della Neve" sul colle. Don Bruno Marchetti, nella parte più originale della sua ricerca, invita alla prudenza: quella data e quel titolo derivano da autori del Settecento "lontani ben quattro secoli" dai fatti e privi di documentazione coeva. È certo che esisteva un edificio trecentesco dedicato a San Francesco e che la popolazione venerava "da antica data" la Madonna; ma il titolo "della Neve" — che il convento portò a lungo come S. Mariae ad Nives — si affermò solo dopo la fondazione, e non deriva dalla leggenda romana di Santa Maria Maggiore, bensì dall'antichissimo commercio della neve: quella raccolta d'inverno nei pozzi dei monti Gennaro e Pellecchia e rivenduta a Roma d'estate, "il reale motore economico del vecchio borgo".

La fondazione del convento vero e proprio è legata alla casata Savelli e alla stagione dell'Osservanza francescana. Padre Filippo da Massa ottenne da papa Pio II un breve, datato 25 ottobre 1458, che lo autorizzava a costruire un convento dei Frati Minori Osservanti presso Palombara. La chiesa e il convento furono edificati a partire dal 1459, come ricorda l'iscrizione «Coenobium hoc ope Jacobi Savelli a. 1459 constructum»: le spese furono sostenute dal conte Giacomo Savelli, signore di Palombara, che donò anche il terreno sul colle e l'usufrutto di due immobili nel paese. La chiesa fu consacrata dal vescovo francescano Giovanni di Bitonto e la sua dedicazione si commemorava il 28 ottobre; sotto il quadro dell'altare maggiore un cartiglio invocava la prosperità della casata: «Virgo, precor, valeat lustris domus alma Sabella».

Nei secoli il convento divenne un centro spirituale di primo piano. Nel 1703 vi giunse san Tommaso da Cori, chiamato dal ministro provinciale a fondarvi un "Ritiro di stretta osservanza" con il Noviziato: vi rimase sei anni e lo trasformò in un'oasi di rigore, arrivando a far sopprimere la fiera che si teneva presso il convento "per evitare gli sconcerti e i peccati". Nel 1707 vi tracciò una Via Crucis con semplici croci di legno, che dal Ritiro salivano a una Cappella del Crocifisso in cima al colle, chiamato dal popolo "Monte Calvario". Qui si formò anche san Teofilo da Corte, che vi insegnò morale e mistica e vi fu guardiano; più tardi il "Ritiro" ebbe nel padre Francesco da Collodi (1838–1863) il suo "secondo fondatore". Nel 1741 la chiesa fu ampliata in forme controriformistiche, "aprendosi al linguaggio della Controriforma e all'influsso del Vignola", con cappelle laterali e altari in stucco; la cappella trecentesca fu inglobata nel convento e la venerata tavola della Madonna della Neve trasferita nella chiesa grande. Una "dura controversia" segnò il 1779: durante una pestilenza che uccise 146 abitanti, l'immagine fu portata a San Biagio e ne nacque una lunga lite tra i frati e la comunità sul possesso dell'icona; la vicenda si chiuse con la solenne incoronazione della Madonna della Neve il 17 ottobre 1790, alla presenza del cardinale Enrico Stuart, Duca di York.

Il declino arrivò con l'Ottocento e le leggi eversive. Dopo la "rivoluzione" del 1860 il complesso passò in proprietà al Comune; le leggi di soppressione degli ordini religiosi (n. 3096 del 7 luglio 1866 e n. 3848 del 15 agosto 1867) ne segnarono la fine, e il 10 luglio 1875 l'amministrazione comunale ne prese possesso. Nel 1878 il Comune destinò a cimitero un campo addossato alle mura del Ritiro; nel 1894, rimasti in due — "un vecchio padre e un laico" — gli ultimi francescani abbandonarono il convento, "che aveva cinque secoli di storia". La tavola della Madonna della Neve fu trasferita, dal 1895, sull'altare maggiore della Collegiata di San Biagio. Un tentativo di vendita del 1902 (5.000 lire, per ospitarvi suore spagnole) fu revocato nel 1905 perché l'edificio si era rivelato insalubre a causa del cimitero. Seguì un lungo abbandono, aggravato dalla guerra: nel 1944 i soldati tedeschi occuparono il complesso e installarono nella chiesa un grande forno militare che riforniva le divisioni impegnate a Cassino, riducendola poi a stalla. Solo nel 1952 si pose un primo freno alle distruzioni; nel 1953 le Confraternite Riunite promossero il restauro della chiesa, ribenedetta da mons. Alberto Castelli il 1° novembre di quell'anno. Un nuovo, ampio intervento di recupero si è svolto, in modo discontinuo, tra il 2003 e il 2014, ed è tuttora in corso per le altre parti del complesso.

(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924); F. Pompili, Palombara Sabina nel Medioevo (1990); E. Silvi, Toponomastica sacra di Palombara Sabina (1963); B. Marchetti, Il Convento di San Francesco a Palombara Sabina.)

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