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Abbazia di San Giovanni in Argentella

Abbazia

Abbazia di San Giovanni in Argentella

In fondo alla Valle Lunga, ai piedi del Monte Gennaro, una chiesa romanica custodisce l'iconostasi marmorea di Centurio del 1170, l'unico ciclo di affreschi dei Guglielmiti in Italia e la cripta della sorgente che scorre come argento vivo.

Ci sono monumenti che si offrono da lontano e monumenti che bisogna andare a cercare. L'Abbazia di San Giovanni in Argentella appartiene alla seconda specie. Non svetta su un colle né si annuncia da una piazza: si nasconde in fondo a una valle silenziosa — la Valle Lunga — ai piedi del Monte Gennaro, a poco più di un chilometro dal borgo di Palombara Sabina, circondata di ulivi, ciliegi e vigne che un tempo ne costituivano il benessere. Chi arriva la trova all'improvviso, adagiata tra i pendii come un segreto ben custodito.

Eppure questo è uno dei più importanti monumenti romanici dell'Alta Sabina, un luogo che ha attraversato oltre mille anni di storia e che nel 1900 è stato dichiarato Monumento Nazionale. Già un secolo fa lo storico locale Raffaele Luttazi lamentava che i Palombaresi "forse non sapevano, né sanno ancora, di possedere un monumento così grande nella Storia". È un rammarico che oggi vale come invito: perché dietro la facciata sobria della chiesa si aprono tesori rari — una cripta in cui affiora una sorgente perenne, un'iconostasi marmorea policroma firmata e datata 1170, e un ciclo di affreschi trecenteschi che è l'unica testimonianza pittorica in Italia di un ordine monastico scomparso, i Guglielmiti.

Il nome stesso è poesia. "In Argentella" deriva, con ogni probabilità, dalla sorgente che sgorga ancora oggi entro un antico sarcofago romano, e le cui acque cristalline — illuminate dal sole o gelate d'inverno — brillavano, dicevano gli antichi, "come argento vivo". Un monumento che nasce dall'acqua e dalla pietra, e che dell'acqua ha fatto, per secoli, una devozione.

Architettura

L'esterno e il campanile. La chiesa si presenta con una muratura in poligoni di pietra su alto plinto di laterizio e con le tre absidi romaniche: quella centrale, la più elaborata, è scandita da lesene legate da archetti pensili e coronata da un fregio a denti di sega, in una tecnica costruttiva (tufo giallo con strisce regolari di pietra calcarea) che gli studiosi accostano a San Pietro in Agliate presso Milano. Accanto si leva il campanile, in laterizio, con eleganti bifore al primo ordine e trifore su colonnine di spoglio al secondo: sorse almeno un secolo dopo la chiesa, e la sua datazione è discussa — all'XI secolo per alcuni studiosi, al XII per altri, come opera romano-lombarda.

L'interno romanico. Dentro, la chiesa rivela un romanico arcaico di grande fascino: impianto basilicale a tre navate lungo circa ventidue metri, quattro colonne per lato collegate da archi a tutto sesto, copertura a capriate scoperte e tre absidi con finestre slanciate. Le colonne sono di spoglio, prelevate da edifici romani della zona: fusti in marmo giallo e grigio con capitelli ionici di età severiana (primo quarto del III secolo). Il presbiterio è rialzato di poco più di un metro, e vi si sale per cinque gradini di marmo antico. Sopra il portale, la lunetta reca una croce benedettina con le lettere C·S·P·B, simbolo diffusosi rapidamente dopo il 1050.

L'iconostasi (pergola) di Centurio, 1170. È, per Luttazi, "la cosa più interessante che vi sia rimasta". Davanti alla cappella dedicata alla Madonna, nell'abside destra, si conserva una pergola marmorea policroma in opus sectile di porfido, verde antico e marmo bianco, con quattro colonnine tozze dai capitelli ad acanto dentellato. Sull'architrave corre un'iscrizione dedicatoria che ne fissa l'autore e la data: il marmorario Centurio l'eseguì nell'anno centeno septuagesimo atque milleno — il 1170 — per conto del chierico Girardo, "per la remissione dei propri peccati e di quelli dei genitori". Gli studiosi dibattono se definirla "cosmatesca" o "pre-cosmatesca"; di certo è un raro capolavoro firmato, opera quasi interamente di mano di un artista altrimenti sconosciuto e privo del titolo di magister.

Il ciborio e l'altare maggiore. Sopra l'altare maggiore, quattro colonne di marmo reggono un ciborio con capitelli in stucco a foglie d'acanto tardo-antiche, in stato di conservazione straordinariamente buono, sormontato da una piramide con croce su pomo a forma di pigna. La sua datazione è una delle grandi questioni aperte dell'abbazia: alcuni lo dicono capolavoro altomedievale di scuola longobarda, altri lo collocano più tardi. È comunque uno degli elementi più preziosi e misteriosi della chiesa.

La cappella di San Guglielmo e gli avancorpi. Prima opera dei Guglielmiti fu la cappella dedicata al loro santo, costruita come edificio a sé stante addossato alla chiesa, con volta a botte; oggi, sgombrata, funge da sagrestia. Sull'antico nartece si sovrappose invece un avancorpo che le fonti antiche descrivono come "secondo convento", con una galleria di finestre e una bella bifora affacciata sul tetto della navata destra: testimonianza della stagione in cui i frati riorganizzarono l'intero complesso.

La cripta della sorgente. Dalla navata sinistra si scende, per cinque gradini, in una cripta semi-interrata dal soffitto basso a crociera primitiva, in cui affiora l'acqua della sorgente: il pavimento di sabbia e ghiaia è sempre bagnato, e il livello varia con le stagioni e le piogge. È il cuore più antico e suggestivo dell'abbazia, e il luogo di una devozione popolare tramandata per secoli.

Cosa vedere

  • L'iconostasi di Centurio (1170) — il pezzo d'arte più prezioso dell'abbazia: un recinto marmoreo policromo firmato e datato, che da solo vale la visita.
  • Il ciclo di affreschi di San Guglielmo — sulla parete della navata destra si dispiega il ciclo pittorico trecentesco dedicato alla vita del santo: l'unica testimonianza figurativa dei Guglielmiti rimasta in Italia. Vi si riconoscono la cavalcata del "duca" e la scena della sua conversione a opera di san Bernardo, che gli mostra l'Ostia consacrata mentre un cavaliere stramazza da cavallo; completano l'insieme il ritratto frontale del santo — con il piccolo pittore committente inginocchiato ai suoi piedi — e, sulla facciata, un affresco con un coro di angeli che adorano la Croce, riscoperto sotto uno strato di calce alla fine dell'Ottocento.
  • La cripta dell'acqua — il vano semi-interrato dove sgorga la sorgente: penombra, silenzio e il gorgoglìo dell'acqua che affiora sul pavimento.
  • Le colonne romane di spoglio — capitelli ionici di età severiana e fusti di marmo antico reimpiegati dai monaci: un pezzo di Roma imperiale dentro una chiesa romanica.
  • Le tre absidi e il campanile — da osservare dall'esterno, sul lato che dà verso la valle, per cogliere la muratura in poligoni di pietra e gli archetti pensili.

Curiosità

  1. L'acqua che brilla come argento. Il nome "in Argentella" nasce, secondo la tradizione, dalla sorgente che scorre entro un antico sarcofago romano: le sue acque, illuminate dal sole o gelate d'inverno, brillavano "come argento vivo". Accanto ve n'è un secondo, di sarcofago, decorato a strigilature: marmi romani riusati dai monaci come fontane sacre.
  1. La devozione del 24 giugno. Da secoli, nel giorno di san Giovanni Battista, i devoti scendono nella cripta a bere l'acqua che affiora sul pavimento, credendone le virtù terapeutiche. Gli studiosi vi leggono la sopravvivenza di un'antica credenza solstiziale: nel giorno più lungo dell'anno "il sole danza" e tutte le acque acquistano poteri curativi. Una tradizione documentata dal Settecento fino ai giorni nostri, quando la festa richiamava all'abbazia i terrazzani di tutti i castelli vicini, tra messa solenne e "una specie di fiera" che durava fino a sera.
  1. Il "giallo" degli affreschi. Per secoli la scena del sovrano fermato da un religioso che mostra l'Ostia fu interpretata in modi fantasiosi — Attila e Leone Magno, Totila e san Benedetto, un re barbaro fermato da un monaco greco. Solo alla fine dell'Ottocento (Cozza-Luzi, 1896) e poi con Enking si riconobbe la scena reale: la conversione di Guglielmo d'Aquitania a opera di san Bernardo. Una vera storia da "detective dell'arte".
  1. Il re che entrò dalla finestra. Nel 1911, trovata chiusa l'abbazia, il re Vittorio Emanuele III vi entrò da una finestra servendosi di una scala a pioli prestata da un vignaiuolo del posto, Emiliano Pochetti — che solo dopo lo riconobbe: "Scusi, è Lei Sua Maestà il Re d'Italia?".
  1. Il pittore che la salvò dall'oblio. La riscoperta dell'abbazia si deve in gran parte al pittore bolognese Enea Monti, a Palombara dal 1894, che nel 1896 ritrovò sotto la calce l'affresco del coro d'angeli e ne promosse il restauro. Già dal 1880 don Luttazi e i suoi confratelli, tutti Palombaresi, avevano avviato una colletta "tra le rovine" per rifare tetto e finestre. Nel 1900 l'abbazia fu dichiarata Monumento Nazionale (R.D. n. 293 del 10 giugno 1900).

Informazioni per la visita

  • Ubicazione: l'abbazia si trova in località San Giovanni in Argentella (Via dell'Argentella), a poco più di un chilometro dal centro di Palombara Sabina — circa 40 km da Roma — in fondo alla Valle Lunga ai piedi del Monte Gennaro. Si raggiunge in auto lungo la strada che scende dal paese verso la valle; l'ultimo tratto va percorso con attenzione alla segnaletica e alle condizioni del fondo.
  • Accessibilità: trattandosi di un edificio medievale con dislivelli, gradini e l'accesso in discesa alla cripta, il percorso non è del tutto agevole per chi ha difficoltà motorie; si consigliano scarpe comode.
  • Tempo di visita: circa 45 minuti – 1 ora per la chiesa, la cripta e gli affreschi, cui aggiungere il breve tragitto dal paese.
  • Consigli: è un luogo che chiede lentezza e attenzione. Vale la pena arrivarci con calma, lasciando che l'occhio si abitui alla penombra per distinguere gli affreschi, i marmi antichi e il gorgoglìo dell'acqua nella cripta. Chi visita nei giorni intorno al 24 giugno, festa di san Giovanni Battista, ne coglie anche la dimensione viva e comunitaria.
  • Orari e prenotazioni: l'apertura è generalmente limitata ad alcuni giorni (in genere il fine settimana) e a visite su appuntamento, e può essere sospesa durante le celebrazioni o per lavori di restauro. Si raccomanda di verificare orari e recapiti presso l'ente gestore — la comunità che custodisce l'abbazia e/o la Diocesi di Sabina–Poggio Mirteto — prima di mettersi in viaggio.

Storia

Le origini dell'abbazia si perdono in un passato che i documenti illuminano solo in parte, e vanno raccontate con onestà, distinguendo ciò che è provato da ciò che è ipotesi affascinante. Il primo nucleo sorse sulle fondamenta di una costruzione romana — una villa o, più probabilmente, un luogo di culto — in comunicazione con la sorgente della valle. Sotto il pavimento della chiesa attuale i restauri hanno riportato alla luce i muri di un oratorio primitivo (lungo circa sette metri e mezzo), che gli studiosi Ragna Enking e Franco Pompili collocano prudenzialmente in orizzonte longobardo, tra il VII e l'VIII secolo: una fase archeologica, non una fondazione documentata.

Sul piano dei documenti, invece, l'abbazia compare per la prima volta nella storia intorno al 973, quando un privilegio di papa Benedetto VI (la datazione oscilla, secondo le fonti, entro la fine del X secolo) fissa i confini della diocesi di Tivoli "fino al confine di San Giovanni chiamato in Argentella". Il primo abate noto è un certo Martino, attivo tra il 998 e il 1010: e sono proprio i documenti di quegli anni a costituire, per Enking, la prova che il monastero era benedettino. Fra il IX e l'XI secolo l'abbazia svolse un ruolo strategico: con il suo territorio di circa cento chilometri quadrati — dalla cima del Gennaro ai Monti Cornicolani fino al Tevere — funse da cuscinetto fra la diocesi di Tivoli e la potente abbazia di Farfa. Vi vivevano circa cento persone tra religiosi e servi; l'ente possedeva un proprio Chronicon e un proprio Regesto, e "non doveva render conto a nessuno".

Il documento più celebre porta la data del gennaio 1111. In una sala del castello di Palombara il conte Ottaviano — della famiglia dei Crescenzi Ottaviani, signori del castrum — sottoscrive un atto solenne con cui restituisce all'abbazia (retta dall'abate Anastasio) tre chiese, otto casali, terre, decime, acque e mulini che aveva usurpato. La restituzione arriva al termine di una vicenda drammatica: prima del 1111 il conte era irrotto nell'abbazia con un vero e proprio "commando", mettendola a soqquadro e portando via perfino il Regesto e il Chronicon del monastero. Con l'atto di restituzione, oltre a rendere il maltolto, Ottaviano si impegnò a proteggere l'abbazia, invocando su di sé — con una formula "estesa e violenta" — i castighi infernali e la maledizione "dei 318 Padri del Concilio di Nicea" in caso di inadempienza. È in questi decenni che la chiesa assume la forma romanica che ancora oggi la definisce, in una ricostruzione che le fonti concordano nel considerare conclusa entro il 1170, l'anno dell'iconostasi di Centurio.

Una svolta arriva nel 1284. Dopo la lunga decadenza del monachesimo benedettino — l'abbazia è descritta come spiritualiter et temporaliter collapsum — il cardinale Jacopo Savelli, signore di Palombara e protettore dell'ordine, assegna il complesso ai Guglielmiti, un ramo dei benedettini seguaci di san Guglielmo. L'atto di consegna avviene in arce Palumbarie, nel castello di Palombara. (L'operazione viene spesso attribuita a papa Onorio IV: ma nel 1284 Savelli era ancora cardinale; sarebbe diventato Onorio IV solo l'anno successivo, confermando poi l'assegnazione.) Sotto i Guglielmiti — che qui erano tredici frati — l'abbazia conosce la sua "quarta fase": nasce la grande cappella di San Guglielmo con i suoi affreschi, monumento unico in Italia di quest'ordine. Proprio due frati guglielmiti dell'Argentella figurano, nel 1310, tra i presenti al castello di Palombara quando vi si concluse in Italia il processo itinerante ai Templari.

La parabola discendente comincia presto. Già nel 1343 un visitatore trova solo sette frati oltre il priore; nel 1445, con la rinuncia dell'ultimo priore, Giovanni di Bauco, l'abbazia cessa di avere un convento attivo. Comincia allora la lunga stagione degli abati commendatari: cardinali e prelati — a lungo di Casa Savelli — che ne godono le rendite senza risiedervi, mentre la chiesa sopravvive con qualche messa e la festa del santo. Con la vendita di Palombara ai Borghese (1637) e poi ai Torlonia (1887), e con le vendite napoleoniche del 1810–1813 che dispersero i beni, l'abbazia scivola verso l'abbandono. Alla fine dell'Ottocento è poco più di una rovina: "per piano un abisso di rovi e d'ortiche, e per soffitto il cielo". La rinascita arriva nel 1970, quando una nuova comunità religiosa vi si stabilisce e l'abbazia, abbandonata da secoli, torna a essere un luogo vivo.

(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924); F. Pompili, Palombara Sabina nel Medioevo (1990); F. Pompili, Il Castello di Palombara Sabina; R. Enking, L'abbazia di S. Giovanni in Argentella (1974). approfondimenti web: Catalogo generale dei Beni Culturali (ICCD).)

Linea del tempo

  1. 973

    Prima menzione documentaria dell'abbazia di San Giovanni in Argentella.

  2. 1170

    Il marmorario Centurius firma la pergola marmorea consacrata alla Madonna, il pezzo d'arte più prezioso dell'abbazia.

  3. 1284

    Il cardinale Giacomo Savelli, futuro Onorio IV, affida l'abbazia ai Guglielmiti, cui si deve il ciclo di affreschi.

  4. 1445

    Con l'ultimo priore si chiude la vita conventuale; segue la lunga stagione degli abati commendatari.

  5. 1894

    Il pittore Enea Monti, a Palombara, avvia la riscoperta dell'abbazia; nel 1896 riporta alla luce il coro d'angeli affrescato.

  6. 1900

    L'abbazia è dichiarata Monumento Nazionale.

  7. 1970

    Una nuova comunità religiosa si stabilisce nell'abbazia, abbandonata da secoli.

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