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Visit Palombara Sabina

Monumento

Castello di Monte Verde

A un miglio da Palombara sorgeva un castello popolato, con case, vassalli e municipio propri: venduto insieme a Palombara nel 1278, entrò nel testamento di un papa e fu cancellato dalle guerre tra Savelli e Orsini.

Nella mappa medievale del territorio di Palombara Sabina non c'era un solo castello, ma un piccolo sistema di roccaforti. Tre nomi, in particolare, formavano il nucleo del "piccolo regno" che gli Ottaviani prima e i Savelli poi tennero per oltre sei secoli: Palombara al centro, Castiglione a nord e Monte Verde (o Monteverde) a sud. Di quest'ultimo, oggi, non resta quasi nulla: è uno dei castelli scomparsi della Sabina, un luogo che sopravvive soltanto nelle carte d'archivio e nei testamenti signorili.

Eppure Monte Verde non fu mai un semplice avamposto militare di Palombara. Le fonti storiche lo descrivono come un castello vero e proprio, con la sua popolazione, il suo territorio, la sua autonomia e il suo municipio. Ricostruirne la vicenda significa completare la geografia perduta del feudo palombarese e capire come, tra Duecento e Quattrocento, un intero abitato poté nascere, essere venduto per 14.000 monete d'argento e infine essere raso al suolo dalle faide baronali.

Attenzione a non confonderlo: Monte Verde non è il castrum di Montefalco (altro castello scomparso del territorio) né la "chiesa di Monte Venere", un luogo distinto legato a una torre di avvistamento anti-saracena.

Cosa resta e dove cercarlo

Di Monte Verde non sopravvive un monumento visitabile: è, a tutti gli effetti, un castello scomparso. Le fonti però permettono di collocarlo con buona approssimazione. Luttazi lo pone a circa un miglio da Palombara, a destra della via, in direzione sud [Luttazi, pp. 43-44], coerentemente con la funzione di guardia meridionale del sistema castrale [Pompili, Medioevo, p. 37].

I confini riportati negli atti aiutano a disegnarne il territorio: il poggio di Monte Albano ("quella punta di Monticelli dove è fabbricato il Convento"), i castelli di Monticelli, Marcellina e S. Giacomo (ossia S. Maria in Monte Dominici), il territorio di Sant'Angelo, Monte Spatula (oggi Cesi), i castelli di Diodato di Cretone e il territorio di Castiglione [Luttazi, pp. 147, 175]. Un abitato, dunque, affacciato verso la piana di Monticelli e Marcellina, incastonato tra i feudi confinanti.

Il valore di Monte Verde, oggi, è soprattutto narrativo e paesaggistico: è una tappa ideale di un itinerario tematico dedicato ai "castelli scomparsi" del territorio (Monteverde, Castiglione e Cameria, Montefalco, Stazzano Vecchio), da leggere dai punti panoramici del borgo guardando verso la campagna dove sorgevano questi villaggi perduti.

Curiosità

  1. Non era un avamposto, ma un castello autonomo. Luttazi confessa di aver a lungo condiviso il "pregiudizio" che Castiglione e Monte Verde fossero semplici fortilizi-avamposti di Palombara: in realtà erano "due castelli con popolazione, territorio, autonomia e municipio propri" [Luttazi, p. 144].
  2. Un castello nel testamento di un papa. Poche località scomparse possono vantare di essere citate per nome nelle ultime volontà di un pontefice: Monte Verde compare nel testamento di Onorio IV (Giacomo Savelli), con l'esplicito divieto di venderlo pena la caducità dell'eredità [Luttazi, pp. 176-177].
  3. 14.000 bolognini per due castelli. La vendita del 1278 mise sul piatto Palombara e Monte Verde insieme, per una cifra che dà la misura del valore del "piccolo regno" savelliano [Pompili, Medioevo, p. 29].
  4. Da non confondere. Monte Verde è cosa distinta da Monte Venere, la vigna con "una torre diruta, come specola per tenere a segno i Saracini", trasformata nel Seicento in luogo di delizia da Pietro Alberti e poi ridotta a "una maceria di pietre" [Luttazi, p. 238]; e dal castello diruto omonimo "la Palombara" in Sabina, appartenuto ai signori di Moricone [Luttazi, p. 214].

Storia

Alla fine del X secolo i Crescenzi Ottaviani, famiglia di ascendenza longobarda, misero le mani "per affidamento o per usurpazione" prima sul castrum di Palombara, poi su Castiglione e infine su Monteverde, dando inizio a quel "piccolo regno" destinato a durare oltre sei secoli [Pompili, Medioevo, p. 13]. Nella rete castrale che ne derivò, Palombara stava "fra Monteverde e Castiglione, a guardia a sud e a nord": in caso di pericolo era il rifugio sicuro del sistema [Pompili, Medioevo, p. 37].

Il documento chiave nella storia di Monte Verde è l'atto di vendita del 1278. In quell'anno Pandolfo e Giovanni Savelli vendettero al fratello (e zio), il cardinale Giacomo Savelli, tutto il castello di Palombara — con rocca, torre, vassalli e diritti — e insieme "tutto il castello di Monte Verde", per il prezzo complessivo di 14.000 bolognini; l'atto fu rogato dal notaio Bernardo Bardonier di Carcassona [Luttazi, pp. 146-147, 175; Pompili, Medioevo, pp. 29, 36]. Un dettaglio prezioso: nel 1278 Monte Verde era ancora abitato, perché nella vendita si cedevano "case, vassalli e diritti dei vassalli", mentre Castiglione risultava già distrutto [Luttazi, pp. 146-147, 175].

Chi acquistò Monte Verde non era un signore qualunque. Il cardinale Giacomo Savelli sarebbe diventato, nel 1285, papa Onorio IV. Il castello entrò così tra i beni del suo casato e comparve nel suo testamento: tra i possedimenti elencati figurano i castelli di Albano e Savello, Castel Leone, Palombara e Monte Verde, con eredi il fratello Pandolfo e il nipote Luca e il divieto assoluto di vendita [Luttazi, pp. 176-177; Pompili, Il Castello, pp. 37-38]. Le fonti web confermano che nel testamento del 1279 il cardinale elencava "Palombara, Castelleone e Monteverde in Sabina", acquisiti da cardinale e non da papa [Treccani, in `fonti-web-verificate.md`].

La fine arrivò con le guerre baronali. Luttazi ricorda Monte Verde come "castello diroccato a un miglio da Palombara, a destra della via… distrutto nelle lotte tra Savelli e Orsini" [Luttazi, pp. 43-44]. Pompili precisa che Monteverde, acquistato da Onorio IV insieme ai fratelli, fu distrutto entro il 1476 (secondo lo studioso Jean Coste), probabilmente nel corso della guerra tra Giacomo Savelli e papa Pio II; il sito passò poi ai Cesi nel 1558 e ai Borghese nel 1678 [Pompili, Medioevo, p. 69].