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Monumento

L'iconostasi di Centurio

Nel 1170 il marmoraro Centurio firmò per il chierico Girardo una transenna di marmi policromi — porfido, verde antico e marmo bianco — davanti alla cappella della Madonna: il tesoro d'arte più prezioso dell'Abbazia, che Luttazi paragonava ai mosaici di Santa Maria Maggiore.

Nel cuore dell'Abbazia di San Giovanni in Argentella, ai piedi del Monte Gennaro, si conserva quella che è considerata l'opera d'arte più preziosa dell'intero complesso: una pergola marmorea policroma — una transenna, o piccola iconostasi — eseguita nel 1170. È uno di quei rarissimi manufatti medievali che portano incisi, insieme, il nome dell'artista e la data esatta: a firmarla fu il marmoraro Centurio, su commissione del chierico Girardo, che la offrì alla Vergine davanti alla cappella a lei dedicata. Per la storica dell'arte Ragna Enking è "la cosa più interessante" rimasta nella chiesa; già il palombarese Raffaele Luttazi ne aveva colto il valore, paragonandone gli intarsi ai celebri mosaici di Santa Maria Maggiore [Luttazi, p. 110].

L'opera e la tecnica

La pergola sorge davanti alla cappella della Madonna, nell'abside destra della chiesa romanica [Enking, p. 22]. È composta da due lastre quadrate, ciascuna con un campo centrale lavorato a opus tessellatum/sectile — la tecnica dell'intarsio marmoreo — nei tre materiali classici di questa arte: porfido, verde antico e marmo bianco [Enking, p. 22]. A sostenere l'insieme sono quattro colonnine tozze con capitelli ad acanto dentellato, e in alto corre un architrave continuo di ispirazione classica, su cui è scolpita l'iscrizione dedicatoria in un'unica linea; sul retro si conservano gli anelli che reggevano una cortina, a schermare lo spazio sacro [Enking, pp. 22-23]. La stessa gamma di marmi — tessere romboidali e triangolari di porfido, verde antico e marmo bianco — ricompare nel pavimento antico della chiesa, di cui i restauri hanno salvato la piccola rota di porfido [Enking, p. 23].

Sul piano stilistico i due studiosi propongono confronti diversi. Enking accosta la pergola all'ambone di Farfa e, soprattutto, mette in guardia sulla terminologia: rifiuta di chiamarla "opera cosmatesca", preferendo — se proprio si vuole un'etichetta — il termine "precosmatesca", perché il manufatto precede la piena fioritura delle grandi botteghe romane dei Cosmati [Enking, pp. 22-23]. Luttazi, invece, ne esalta la qualità cromatica ("mantiene un colore smagliante") e sostiene che l'intarsio "può stare a paragone dei mosaici di S. Maria Maggiore" [Luttazi, p. 110]. Un dettaglio affascina entrambi: nella base della colonnina di sinistra è reimpiegato un frammento antico con un'iscrizione capovolta, che si legge "[LE]GATO / [VE]SPASIAN", relitto di età vespasianea inglobato nell'opera medievale [Enking, p. 22].

Curiosità

  1. Un maestro fantasma. Il nome di Centurio non compare in nessun altro testo noto: la pergola di Argentella è l'unica traccia che ci resta di lui. Secondo Enking l'opera è quasi interamente di sua mano, realizzata "quasi senza materiale di spoglio" [Enking, pp. 22-23, 128].
  2. Vespasiano a testa in giù. Nella base sinistra della transenna un frammento di marmo romano di età vespasianea è stato murato capovolto: l'antichità imperiale riusata, letteralmente sottosopra, in un'opera cristiana del XII secolo [Enking, p. 22].
  3. Uno scalpellino poco esperto. Luttazi osserva che l'artigiano che incise l'epigrafe "si intendeva poco di lettura e di arte", con lettere disuguali e cifre difficili da decifrare: un dettaglio che rende ancora oggi laboriosa la lettura del testo [Luttazi, p. 110].
  4. La tenda dietro il marmo. Gli anelli conservati sul retro dell'architrave servivano a far scorrere una cortina: la pergola non era solo un arredo decorativo, ma uno schermo liturgico che velava e svelava la cappella della Madonna [Enking, pp. 22-23].
  5. Cosmatesca o precosmatesca? Enking corregge con decisione chi definisce l'opera "cosmatesca": data e stile la collocano prima dei Cosmati, e per questo la dice al più "precosmatesca" [Enking, pp. 22-23].

Informazioni e collegamenti

La pergola di Centurio si trova all'interno dell'Abbazia di San Giovanni in Argentella, a circa un miglio da Palombara Sabina, ai piedi del Monte Gennaro. Per la storia del complesso benedettino, la chiesa romanica, il ciborio con i capitelli in stucco e la cripta, si rimanda alla scheda dedicata all'Abbazia.

Storia

La data è fissata dalla stessa iscrizione dedicatoria che corre sul fregio dell'architrave. Nel 1170 il clericus Girardo consacrò alla Madonna la pergola, offrendola "ob suorum criminum parentumque remissionem", cioè in remissione dei propri peccati e di quelli dei parenti [Enking, p. 22; Luttazi, p. 110]. Luttazi, che lesse l'iscrizione sul posto e la ritrovò trascritta anche nella visita del cardinal Corsini, ipotizza che questo Girardo fosse un fratello o un parente degli antichi conti di Palombara o di Sant'Angelo [Luttazi, p. 110].

Il testo dedicatorio è in versi. Enking ne cita il passo che nomina l'artefice e scioglie la data: "…quod constat patratum Centurii opere claro, anno centeno septuagesimo atque milleno" — dove "centeno septuagesimo atque milleno" vale appunto 1170 [Enking, p. 22]. Luttazi riporta l'iscrizione per esteso (in una lettura resa difficile dallo scalpellino, che "si intendeva poco di lettura e di arte"): "SUSCIPE SCTA PARENS GLOSA MAT ET VIRGO / MUNUS QUOD TIBI GIRARDUS CLICUS OFFERT OB SUORUM CRIMINUM PARENTUMQUE REMISSIONEM / QUOD CONSTAT PATRAT CENTURII OPE CLARO ANNO / CENTENO SEPTUAGESIMO ATQUE MILLENO" [Luttazi, p. 110]. Del marmoraro Centurio non si sa altro: Enking nota che è "fino ad oggi sconosciuto nei testi" e che, a differenza dei grandi maestri romani, non porta nemmeno il titolo di magister [Enking, pp. 22-23].

(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924); R. Enking, L'abbazia di S. Giovanni in Argentella (1974).)