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Tradizione

Un giorno nel castrum

Il forno del signore, l'acquaiolo che arranca su dalla fonte, le case con le scale esterne e il palatium degli Ottaviani costruito a opus saracenum: com'era, davvero, una giornata dentro la rocca di Palombara mille anni fa.

Provate a togliere al colle di Palombara l'asfalto, i lampioni e le automobili. Resta un cono di roccia coronato da un quadrilatero di mura, un grappolo di casette addossate al pendio e, in cima, la torre da cui le vedette scrutano la selva. È il castrum Palumbariae, il "piccolo regno" dei conti Ottaviani, che entra nella storia documentata nel 1029 e, attorno all'anno Mille, comincia a prendere la forma che ancora oggi riconosciamo nel centro storico [Pompili, p. 14].

Grazie alle pagine di Franco Pompili possiamo ricostruire, quasi gesto per gesto, com'era vivere quassù mille anni fa: dove si prendeva l'acqua, dove si cuoceva il pane, come erano fatte le case e come, dall'alto delle torri, si trattavano i viandanti di passaggio. Ne esce il ritratto di una giornata medievale sorprendentemente concreta.

La Rocca e le sue genti

Nel Duecento il castrum contava circa 800 anime, strette in un'economia che bastava a se stessa: l'orto, la capra, il campicello di grano, la piccola vigna, il maiale e la caccia [Pompili, pp. 38-39]. Ai tempi del conte Ottaviano, dentro le mura vivevano sì e no trecento persone, in un abitato che si avvolgeva a spirale intorno al castello — un impianto urbano di cui in Italia si contano appena due o tre esempi [Pompili, p. 48].

Era un mondo governato dai diritti del signore: i canoni, la quarta parte dei prodotti, la proprietà delle erbe, le multe e la privativa sui grandi servizi comuni [Pompili, pp. 38-39]. Tutt'intorno si stendeva una immensa selva ondulata, popolata di cinghiali, lepri, cervi, falchi e perfino aquile, bufali e lupi [Pompili, p. 37].

L'acqua, il pane, il fuoco

Tre gesti scandivano ogni giornata: attingere, macinare, cuocere. L'acqua era il problema più antico, perché sulla sommità il castrum ne aveva poca: si andava ad attingere alla cisterna sotto la torre o alla fonte ai piedi del colle [Pompili, p. 15]. Da qui la figura dell'acquaiolo, che risaliva la china tutto il giorno portando l'acqua nelle otri a dorso di mulo o d'asino da Fonte Vecchia [Pompili, pp. 38-39].

Il pane si cuoceva nel forno dei Savelli, il forno signorile: cuocervi era un diritto feudale, non una libera scelta [Pompili, pp. 38-39]. Sulla tavola arrivava pane di puro frumento per i ricchi e pane di segala per i poveri, insieme a ceci, fave, lenticchie e a una botticella di vino [Pompili, p. 39]. Il resto si comprava alle fiere, due volte l'anno; il commercio era interamente ambulante e l'artigianato si riduceva al maniscalco, al ferraiolo, al sellaio e al falegname [Pompili, p. 39].

E le case? Piccole, in pietra, coi tetti accostati. A pianterreno la stalla; al primo piano, raggiunto con scale esterne — i profferli — un grande camerone con la cucina, il camino, un pesante tavolo con gli sgabelli e i giacigli lungo le pareti. Nicchie scavate nel muro come armadi, gli abiti nelle cassapanche e poche finestrelle senza vetri, chiuse da tavole di legno: d'inverno, in casa, si stava col cappello e il pellicciotto [Pompili, p. 39].

Il palatium degli Ottaviani

Sopra tutti dominava il palatium, il palazzo dei conti. Pompili ne ha misurato le pietre: sorge dentro la rocca, un quadrilatero di 24 metri per lato con mura spesse 190 centimetri [Pompili, p. 15]. La facciata a mezzogiorno è rivestita di conci parallelepipedi a opus saracenum, la "maniera saracena" di costruire, con finestre architravate sormontate da lunette; in origine, in cima, correva una fila di merli, oggi leggibili solo nella parete ovest [Pompili, p. 15]. Proprio quei piccoli merli, secondo un'ipotesi dell'autore, potrebbero essere davvero opera dei saraceni un tempo passati per la Sabina [Pompili, p. 7].

Al pianterreno si aprono un camerone con volta a crociera — un'antica cisterna riadattata —, una piccola camera e una galleria d'accesso alla corte nord scavata nella roccia viva [Pompili, p. 15]. Al piano nobile si stende invece la vasta camera palatii, 24 metri per 11: la sala che serviva a tutto, comprese le funzioni del trono e della giustizia [Pompili, p. 15]. È qui che, secoli più tardi, papa Onorio IV detterà il proprio testamento attorno a un grande tavolo di quercia — ma questa è già un'altra storia.

Torri, latrine e pedaggi

Per immaginare la vita dentro la rocca aiuta il castrum gemello di Castiglione, appena un chilometro e mezzo dalla torre di Palombara, costruito con le stesse tecniche e assai meglio conservato [Pompili, p. 129]. Lì la cisterna aveva addirittura due bocche: una interna, per la famiglia e la corte del feudatario, e una esterna, per i vassalli [Pompili, pp. 129-130]. Le latrine erano ricavate nel vano delle torri — una nicchia con il piano a semicerchio a 45,50 centimetri da terra e un buco verso l'esterno — oppure pensili lungo le mura, accanto ai posti di guardia; nelle case del borgo, semplicemente, non ce n'erano [Pompili, p. 130]. E infatti nel borgo di Palombara i servizi igienici erano inesistenti: "era considerato abbastanza costumato chi, nel rovesciare il vaso dalla finestra, avvertiva l'eventuale passante" [Pompili, p. 39].

Dall'alto, intanto, le vedette segnalavano pellegrini, chierici, venditori ambulanti e cavalieri erranti: su di loro ci si precipitava per esigere onerosi pedaggi. Chi non aveva nulla veniva "preso, torturato o beffeggiato e messo fuori della porta del castrum con un calcio nel sedere" — salvo poi, a volte, veder tornare gli assalitori con le ossa rotte, perché il cavaliere errante "aspettava al varco, e chi scendeva per suonare veniva suonato" [Pompili, p. 131].

Curiosità

  1. La "maniera saracena". La facciata sud del palatium è costruita a opus saracenum, con conci squadrati e mattoni a frammenti; Pompili avanza persino l'ipotesi che i piccoli merli superstiti nella parete ovest siano opera dei saraceni passati per la Sabina [Pompili, pp. 7, 15].
  2. Il bagno del castello. Il "gabinetto" medievale era una nicchia nel vano della torre, con il piano a semicerchio a 45,50 cm da terra e un foro che scaricava tutto all'esterno, probabilmente con un addetto alla rimozione [Pompili, p. 130].
  3. La fonte che si svuota e si riempie da sola. La sorgente ai piedi del castello si può svuotare con 17 o 18 conche da 20-25 litri e torna a riempirsi in circa un'ora, mantenendo costante il livello: una piccola meraviglia idrogeologica sotto gli occhi dell'acquaiolo d'un tempo [Pompili, pp. 114, 116].
  4. Cavalieri in erba. I figli dei conti venivano messi a cavallo a sette anni, diventavano armigeri a quattordici e cavalieri intorno ai venti, con tre colpi di spada sulla spalla; il conte indiceva tornei nella piana sotto le mura [Pompili, p. 20].

Informazioni e collegamenti

La vita del castrum si legge ancora nelle pietre del Castello Savelli e nei vicoli del centro storico, che conservano l'antico impianto "ad avvolgimento" attorno alla rocca. All'acqua da cui saliva l'acquaiolo è legata la Fonte Vecchia, mentre entro le mura si affacciava la Chiesa di San Biagio, cuore religioso del borgo. Poco distante, l'Abbazia di San Giovanni in Argentella fu in origine proprietaria del colle stesso del castrum.

(Fonti: F. Pompili, Palombara Sabina nel Medioevo (1990).)