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Visit Palombara Sabina
Chiesa di Sant’Egidio

Chiesa

Chiesa di Sant’Egidio

Affacciata sulla piazza principale del paese, Sant'Egidio è la seconda parrocchia storica di Palombara: documentata dal 1343 e legata alla tradizione dei Savelli.

Nel cuore civico di Palombara Sabina, dove il borgo si apre nella sua piazza principale, sorge la Chiesa di Sant'Egidio. Accanto a San Biagio, è una delle due parrocchie storiche del paese e ne segna da secoli il ritmo religioso e sociale: alla piazza che le sta davanti ha dato il proprio nome, e il suo titolo battezzava anche uno dei due accessi del borgo murato, la Porta di Sant'Egidio, difesa un tempo da un massiccio torrione e da un ponte levatoio.

Le notizie sulle sue origini sono, come riconosce la stessa parrocchia, "molto scarne ed incerte". La tradizione la vuole fatta costruire dai Savelli, signori di Palombara, e la sua prima comparsa documentata risale al 1343. Nei secoli la chiesa ha cambiato più volte volto — l'ultima trasformazione, ottocentesca, spostò l'ingresso e ne modificò radicalmente l'aspetto — conservando però il suo ruolo di seconda chiesa del castello.

Chi la visita oggi trova un impianto basilicale a tre navate, una facciata a corpi articolati preceduta da una scenografica scalinata e, all'interno, un ciclo pittorico ottocentesco che porta la firma del pittore locale Michelangelo Cianti.

Architettura

Impianto generale. La chiesa presenta un impianto basilicale a tre navate, divise da archi su pilastri, con abside rettangolare poco profonda. La navata centrale è coperta a botte, con inserti a spicchio sopra ciascuna arcata; le cappelle laterali hanno volta a velo.

Facciata. La facciata è composta da un corpo centrale a due ordini — il superiore chiuso a timpano — affiancato da due corpi laterali terminati piatti. Alla facciata è addossata una scalinata a due bracci, esito della trasformazione ottocentesca che rovesciò l'orientamento dell'ingresso.

Campanile. Il campanile sorge adiacente al lato destro della chiesa.

Opere d'arte. Il ciclo pittorico è dominato dalle tempere murali di Michelangelo Cianti (Montecelio, 1840-1923): sulla volta della navata centrale, entro cornici ovali, sono raffigurati i profeti Ezechiele, Isaia, Daniele e Geremia; la volta del coro reca la colomba dello Spirito Santo, mentre sulla parete dell'altare compare una lunetta con la gloria di Sant'Egidio. Nella prima cappella di sinistra, opera del Cianti, si trovano una Crocifissione a olio su tela di autore ignoto (inizio XX secolo, con influssi del tardo manierismo romano) e una tempera murale con la Salita al Calvario, di realismo ottocentesco. Sull'altare maggiore è collocata una pala cinquecentesca con la Pentecoste, di autore ignoto, restaurata nel 2008.

Statua del titolare. La statua di Sant'Egidio Abate, in legno policromo (circa 153 × 45 cm) e di autore ignoto, raffigura il santo in tunica ampia, manto con cappuccio e barba fluente: fattura semplice, di intenso realismo devozionale.

Sacrestia. In sacrestia si conservano una Madonna con Bambino a olio su tela del Cianti, firmata e datata 1921, e un Cristo coronato di spine, olio su tela firmato e datato 1858 sul retro, di autore sconosciuto.

Cosa vedere

Ciò che caratterizza Sant'Egidio è il suo ciclo pittorico ottocentesco, raro esempio unitario dell'opera di un artista del territorio: le tempere di Michelangelo Cianti, con i quattro profeti sulla volta e la gloria del santo titolare, danno all'interno un carattere coerente e devozionale. Da non perdere la pala cinquecentesca della Pentecoste sull'altare maggiore, la più antica opera d'arte della chiesa, restaurata nel 2008, e la statua lignea di Sant'Egidio Abate, cuore della devozione parrocchiale.

Vale la pena osservare anche la facciata e la scalinata a due bracci, testimonianza tangibile della trasformazione ottocentesca che rovesciò l'orientamento dell'edificio, e cogliere il legame tra la chiesa e la piazza civica che le sta davanti, dove si affacciano il Palazzo Comunale e una casa quattrocentesca un tempo dei Savelli.

Curiosità

  • Una chiesa che dà il nome alla piazza — e a una porta. Sant'Egidio non ha dato il proprio titolo solo alla piazza principale del paese, ma anche a una delle due porte del borgo murato: la Porta di Sant'Egidio, sul lato occidentale, gemella della Porta di San Biagio. Le due parrocchie battezzavano così i due accessi del castello.
  • La chiesa "capovolta". L'attuale ingresso non è quello originario. La trasformazione ottocentesca, su disegno dell'architetto di casa Borghese, spostò la porta dalla parte del Revellino aprendovi una scala monumentale; secondo lo storico Luttazi l'operazione "fu vero errore, perché la chiesa fu impiccolita ed ha tutto il tipo di una sala". La chiesa primitiva, molto più piccola, corrispondeva all'incirca all'attuale sagrestia.
  • Battezzati altrove. Per lungo tempo Sant'Egidio, pur essendo parrocchia, non ebbe il fonte battesimale: ancora nel 1615, come attesta la visita del cardinale Giustiniani, i suoi fedeli venivano battezzati nella chiesa arcipretale di San Biagio, di cui era succursale.
  • Un pittore di casa. Buona parte dell'apparato figurativo è opera di Michelangelo Cianti (1840-1923), pittore della vicina Montecelio, che firmò le tempere murali della volta e alcune tele, tra cui la Madonna con Bambino della sacrestia, datata 1921: un caso non comune di ciclo affidato quasi interamente a un artista del territorio.

Informazioni per la visita

  • Ubicazione: centro storico di Palombara Sabina (RM), sulla piazza principale del paese, di fronte al Palazzo Comunale.
  • Accessibilità: l'ingresso è preceduto da una scalinata a due bracci addossata alla facciata; si consiglia di verificare percorsi alternativi per chi ha difficoltà motorie.
  • Orari e visite: la chiesa fa capo alla Parrocchia di San Biagio – Palombara Sabina. Per gli orari delle celebrazioni e le aperture si rimanda ai contatti ufficiali della parrocchia; gli orari non sono qui indicati perché non verificabili in modo stabile.
  • Consiglio: abbinare la visita a quella della Collegiata di San Biagio e alla passeggiata nella piazza civica, per cogliere il rapporto tra le due parrocchie storiche del borgo.

Storia

Le origini di Sant'Egidio si perdono tra tradizione e documento. Il primo dato certo è la sua comparsa nel Registrum della diocesi sabina del 1343, che la elenca con un rettore e due canonici: è la più antica menzione documentata della chiesa. Le fonti storiche la collocano nel tessuto urbano sorto attorno alla seconda porta del borgo, e ne attribuiscono la costruzione — per tradizione — ai Savelli.

Su chi esattamente la fece edificare le fonti divergono. Una tradizione registrata nella visita pastorale del 1615 attribuiva la fondazione della chiesa arcipretale a un papa della casata; lo storico Luttazi correggeva il racconto riferendolo non a Onorio III ma a Onorio IV, il primo papa Savelli, alla fine del Duecento, e riconducendo proprio a Sant'Egidio quella tradizione. Pompili, dal canto suo, collocava la nascita della seconda chiesa del borgo circa un secolo dopo il 1101, cioè nel XIII secolo. Il legame preciso con un pontefice resta comunque una tradizione, non un dato certo.

Nel 1615 la visita del cardinale Giustiniani descrive Sant'Egidio come succursale di San Biagio, ancora priva del fonte battesimale: i suoi fedeli venivano battezzati nella chiesa arcipretale. La parrocchia era però ben radicata: nel 1644 contava 535 anime, e la sua festa era, come quella di San Biagio, una ricorrenza comandata del paese, tanto che lo Statuto imponeva la pulizia davanti alle case nei suoi giorni. Fu eretta stabilmente a parrocchia — secondo il testo parrocchiale — nel 1595.

L'antica chiesa custodiva sei altari: il maggiore dedicato allo Spirito Santo, con la tela della Pentecoste, e cappelle intitolate tra gli altri alla Madonna Addolorata, a Santa Maria di Costantinopoli, a Sant'Antonio Abate, a Sant'Alessio e a San Bernardino da Siena. Nel 1752 vi fu eretta la confraternita dei Sette Dolori, all'altare dell'Addolorata. La grande trasformazione moderna, su disegno dell'architetto di casa Borghese, spostò l'ingresso dalla parte del Revellino aprendovi una scala monumentale; le fonti locali giudicarono l'intervento infelice — "la chiesa fu impiccolita ed ha tutto il tipo di una sala" — e a esso si collega verosimilmente il restauro del 1903 che Silvi ricorda come poco riuscito.

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