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Storia

San Giovanni in Argentella: il gioiello romanico nascosto nella campagna di Palombara

4 luglio 2026 — Autore: Super Admin

San Giovanni in Argentella: il gioiello romanico nascosto nella campagna di Palombara

In fondo alla Valle Lunga, ai piedi del Monte Gennaro, una chiesa antichissima custodisce un'iconostasi del 1170, l'unico ciclo affrescato dei Guglielmiti in Italia e una tradizione ancora viva.

Un tesoro in fondo alla valle

A circa un miglio da Palombara, in fondo alla "Valle Lunga" ai piedi del Monte Gennaro, si nasconde uno dei grandi monumenti dell'Alta Sabina: l'abbazia di San Giovanni in Argentella, una chiesa romanica di rara bellezza tra ulivi, ciliegi e vigneti. Il nome deriva dalla sorgente che sgorga lì accanto, dentro un antico sarcofago romano, le cui acque — dice la tradizione — brillavano al sole "come argento vivo".

Quando nasce questa abbazia? Qui occorre onestà, perché le fonti non parlano all'unisono. L'abbazia compare in modo sicuro nei documenti solo dal X secolo: la prima menzione risale attorno al 973 e il primo abate di cui conosciamo il nome è Martinus, documentato tra il 998 e il 999. Quei documenti provano, senza dubbio, che si trattava di un'abbazia benedettina. La storia certa si dipana poi lungo i secoli: dai benedettini si passa, nel 1284, ai Guglielmiti; l'ultimo priore rinuncia nel 1445, e comincia la lunga stagione degli abati commendatari fino all'Ottocento.

Un VIII secolo che resta ipotesi

C'è però chi ha spinto le origini molto più indietro. Nel 1924 Luttazi propose una tesi affascinante: l'Argentella sarebbe stata fondata nell'VIII secolo da monaci greco-orientali, non benedettini. Ma resta appunto una tesi, respinta dalla critica successiva: lo studioso Ragnar Enking la giudicò priva di fondamento documentario. Presentare la fondazione nell'VIII secolo come un fatto certo sarebbe dunque scorretto: si può parlare, al più, di un'origine più antica ipotizzata su base archeologica — sotto il pavimento sono emersi i muri di un oratorio primitivo — non di una fondazione documentata.

La pergola di Centurius, capolavoro del 1170

Se c'è un pezzo che da solo vale la visita, è la pergola marmorea — una sorta di recinto o iconostasi — realizzata nel 1170. Luttazi la definiva "la cosa più interessante che vi sia rimasta": un recinto in marmi policromi, con intarsi di porfido, verde antico e marmo bianco, sormontato da un architrave inciso che ne fissa la data in parole latine, "anno centeno septuagesimo atque milleno". Fu voluta da un chierico di nome Girardus, ma il nome che la rende speciale è quello del marmorario che la eseguì: Centurius, artista sconosciuto, privo persino del titolo di *magister* e autore di quasi l'intera opera di sua mano. Un vero "artista di un solo capolavoro".

Gli affreschi dei Guglielmiti: un unicum in Italia

Al passaggio ai Guglielmiti — un ramo del monachesimo benedettino — appartiene il tesoro pittorico più prezioso del complesso: un ciclo di affreschi trecenteschi che illustra la vita di San Guglielmo. È l'unico ciclo pittorico dei Guglielmiti sopravvissuto in Italia, un vero *unicum* nazionale a un'ora da Roma, con la celebre conversione di Guglielmo d'Aquitania per opera di San Bernardo. E c'è pure un "giallo dell'arte": per secoli quella scena fu interpretata nei modi più fantasiosi — Attila e Leone Magno, Totila e San Benedetto — e solo tra Otto e Novecento gli studiosi ne riconobbero il vero soggetto.

Enea Monti e la rinascita dall'oblio

A cavallo tra Otto e Novecento l'abbazia era ridotta a un rudere. La sua salvezza porta soprattutto un nome: il pittore bolognese Enea Monti (1855-1900), a Palombara dal 1894, che nel 1896 riscoprì sotto uno strato di calce l'affresco del "coro d'angeli" della facciata e presentò al ministero un progetto di restauro; già dal 1880, del resto, don Luttazi e i suoi confratelli avevano aperto una colletta "tra le rovine" per rifare tetto e finestre. Nel 1900 l'abbazia fu dichiarata Monumento Nazionale (altre fonti datano la dichiarazione al 1911, anno della visita del re Vittorio Emanuele III, ma il provvedimento normativo è del 1900).

La tradizione dell'acqua della cripta

C'è infine un elemento vivo. Sotto l'altare maggiore si apre una cripta il cui pavimento è perennemente bagnato dalle acque della sorgente: nel giorno della festa di San Giovanni Battista, il 24 giugno, i devoti da secoli calano nel sotterraneo, bevono quell'acqua e vi si lavano la fronte, credendo nelle sue virtù terapeutiche. La devozione è documentata dal Settecento a oggi; gli studiosi vi leggono la sopravvivenza di un'antica credenza legata al solstizio d'estate — da accostare come tradizione popolare, non come dato scientifico.

Tra la pergola di Centurius, gli affreschi guglielmiti e la cripta dell'acqua, San Giovanni in Argentella riassume secoli di arte, fede e leggenda: il tesoro nascosto di Palombara.

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