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Visit Palombara Sabina

Punto panoramico

Monte Gennaro, la montagna degli astronomi

Sulla cima più alta di Monte Gennaro un gesuita-scienziato fece costruire una torre-osservatorio; da qui Boscovich, Secchi e altri astronomi misurarono il cielo, la Terra e la distanza dalla cupola di San Pietro.

C'è una vetta, sopra Palombara, che non è soltanto un traguardo per escursionisti: è un pezzo di storia della scienza. Sul Pizzo — la punta più alta di Monte Gennaro, detta anche Monte Zappi (o "monte dei Zappi"), che tocca i 1.271 metri [Silvi, p. 27] — il gesuita Angelo Secchi, uno dei più grandi astronomi dell'Ottocento, fece innalzare una piccola specola, cioè una torre-osservatorio che serviva anche da stazione di segnali e "biancheggia anche da lontano" [Luttazi, p. 278].

Non fu il solo. Per oltre un secolo Monte Gennaro fu un vero e proprio laboratorio a cielo aperto: vi salirono astronomi e geodeti per misurare il grado del meridiano, l'altezza delle montagne, la distanza dalla cupola di San Pietro e la forma stessa della Terra. È per questo che le fonti locali la chiamano, con orgoglio, "la montagna degli astronomi" [Silvi, p. 28]. Una scheda che unisce scienza, panorama ed escursionismo, e che aggiunge un capitolo inatteso alla fama di Monte Gennaro.

Cosa sapere

Che cos'era la specola. Nelle fonti locali la costruzione voluta da Secchi è descritta come una specola/torre che fungeva anche da stazione di segnali visibile a distanza ("biancheggia anche da lontano") [Luttazi, p. 278]. Si tratta, con ogni probabilità, di un segnale geodetico — cioè un punto di mira permanente per le triangolazioni — coerente con il ruolo di Monte Gennaro come vertice nella rete del meridiano [ricerca web]. (L'esistenza di eventuali resti oggi visibili sul Pizzo è un dato da verificare in loco.)

Un osservatorio naturale. La scelta del Pizzo non fu estetica ma tecnica: era l'unica delle tre punte che offriva insieme visuale libera su Roma e vetta raggiungibile per le operazioni [Luttazi, p. 278].

Scienza e panorama insieme. Il valore di questa scheda sta nel legare l'escursione a Monte Gennaro a una storia poco nota: la stessa cima da cui oggi si gode uno dei panorami più ampi del Lazio è quella da cui, per generazioni, si è provato a misurare la forma della Terra.

Esperienza di visita

La salita al Pizzo è impegnativa: Luttazi descrive il tratto finale come "punta aguzza di ciottoli e schegge che rotolano", dove "bisogna montare di chiappa in chiappa con angoscia" [Luttazi, pp. 278-279]. La ricompensa è la vista che, nelle giornate limpide, arriva al mare e agli Appennini. Poco sotto la cima si apre il Pratone, il grande altipiano "piano come un bigliardo" che è la meta escursionistica più amata della montagna [Luttazi, p. 281].

Le pagine di Luttazi conservano il ricordo di una scampagnata d'altri tempi: una comitiva di giovani della banda del paese saliva di notte, pernottava sulla Morra tra canti e fuochi e raggiungeva il Pizzo "due ore prima di giorno" per vedere l'alba dalla specola [Luttazi, pp. 280-282]. È un'immagine perfetta per raccontare oggi un'escursione all'alba sulla montagna degli astronomi. (Per l'itinerario, i tempi e le condizioni di percorribilità fare riferimento alle indicazioni del Parco Naturale dei Monti Lucretili e a guide escursionistiche aggiornate.)

Curiosità

  1. "Varrà più un boccone d'aria del Monte Gennaro che due del Monte Bianco." È l'orgogliosa massima con cui Luttazi celebrava la salubrità della montagna, sognando per essa una funicolare da Roma e una "grandiosa Locanda" sulla vetta [Luttazi, p. 282].
  2. La distanza dalla cupola di San Pietro. Boscovich, dal Pizzo, calcolò per via geometrica la distanza esatta tra la vetta di Monte Zappi e la cupola di San Pietro a Roma [Silvi, p. 28].
  3. Due gesuiti-scienziati, un secolo di distanza. Sia Boscovich (Settecento) sia Secchi (Ottocento) erano gesuiti e astronomi di fama europea: entrambi scelsero questa cima sopra Palombara per i loro lavori [Luttazi, p. 278; Silvi, p. 28].
  4. La montagna dai tre nomi. Monte Gennaro (anticamente mons Januarium, olim Lucretilem) ha tre punte con nomi propri; la vetta scientifica è il Pizzo, cioè Monte Zappi [Luttazi, p. 276; Pompili, Medioevo, p. 5].

Storia

Perché proprio il Pizzo

Monte Gennaro, "l'ultimo termine del dosso appenninico", da Roma appare come un monte solo diviso in tre punte: il monte della Guardia, il Pizzo (o Monte Zappi) e la Morra (o Morrone) [Luttazi, p. 276]. Fra le tre, il Pizzo è il punto più adatto alle osservazioni astronomiche e geodetiche: dal monte della Guardia la veduta di Roma resta coperta proprio dalla montagna dei Zappi, mentre la Morra è "disagevole a salirsi" [Luttazi, p. 278]. La vetta del Pizzo, invece, spazia — secondo una guida del secolo scorso — dal Tirreno al Terminillo fino al Gran Sasso [Pompili, Castello, p. 72].

Gli scienziati della montagna

Il primo grande capitolo scientifico è settecentesco. I gesuiti Ruggiero Giuseppe Boscovich e Cristoforo Maire (il "De la Maire" delle fonti locali) impiegarono Monte Gennaro come vertice di triangolazione per la misura del grado del meridiano nello Stato Pontificio [Luttazi, p. 278; Silvi, p. 28]. L'impresa, condotta tra il 1750 e il 1755, misurava un arco di meridiano tra Roma e Rimini: la rete di triangoli aveva i suoi vertici sulla cupola di San Pietro e su alte cime dello Stato della Chiesa, Monte Gennaro compreso [ricerca web: Springer/The Measurement of the Geodetic Baselines Along the Via Appia Antica; carta Boscovich-Maire]. I risultati confermarono che la Terra non è una sfera perfetta. Boscovich, in particolare, calcolò la distanza tra la vetta di Monte Zappi e la cupola di San Pietro [Silvi, p. 28].

Un secolo dopo tornò sulla montagna Angelo Secchi (1818-1878), gesuita, direttore dell'Osservatorio del Collegio Romano e pioniere dell'astrofisica moderna. Secchi "vi si portò spesso" [Silvi, p. 28] e sul Pizzo fece costruire la specola-torre che serviva anche da telegrafo a segnali [Luttazi, p. 278]. Il legame non è casuale: nel 1869 Secchi fu posto a capo della commissione pontificia incaricata dei lavori geodetici nel Lazio e definì, nel 1870, il Meridiano di Roma; la rete di triangolazione da lui impiegata comprendeva, tra i suoi punti, proprio Monte Gennaro, insieme a Monte Cavo, al Soratte e ad altre cime, con la stazione principale sulla croce di San Pietro [ricerca web: Meridiano di Roma; Treccani, "Secchi, Angelo"].

Alle stesse osservazioni si dedicarono anche gli astronomi della Specola del Collegio Romano Sebastiani, Conti e Ricchebac, che lasciarono diverse misure dell'altezza del monte [Silvi, p. 28; Luttazi, p. 278]. E prima ancora vi lavorò il topografo inglese Sir William Gell (1777-1836), che utilizzò Monte Gennaro nella triangolazione per la sua celebre mappa dei dintorni di Roma [Luttazi, p. 278].

Un monte "misurato" in mille modi

La passione ottocentesca per la misura ha lasciato una piccola collezione di dati curiosamente discordi sull'altezza del monte, ciascuno nell'unità del proprio autore: Boscovich la determinò in 654 tese e mezza, pari a 4.185 piedi inglesi sul mare; il Sebastiani (1828) diede 4.430 piedi romani; gli astronomi Conti e Ricchebac 3.965 piedi parigini e 8 pollici, cioè 4.285 piedi inglesi e 3 pollici [Luttazi, p. 278]. Sono numeri che raccontano, meglio di ogni descrizione, quanto quella vetta abbia attirato gli scienziati.