Natura
Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili
Il grande parco calcareo alle porte della capitale, dove Palombara Sabina sale verso il Pratone e la vetta di Monte Gennaro, tra terrazzamenti millenari, aquile e il profumo dello storace.
Basta alzare lo sguardo, a Palombara Sabina, per capire dove finisce il paese e comincia il Parco. Alle spalle del borgo la campagna si increspa, i ciliegeti cedono il passo agli ulivi e gli ulivi alla macchia, finché la roccia bianca non prende il sopravvento e sale, di terrazza in terrazza, fino alle tre punte di Monte Gennaro. È qui che Palombara smette di essere solo un borgo della Sabina e diventa una porta di montagna: uno dei tredici comuni del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, il grande cuore verde che si distende tra la campagna romana e l'Appennino.
Il Parco è una delle aree protette più estese del Lazio e, allo stesso tempo, una delle più vicine a Roma: un massiccio calcareo che dalla pianura si solleva bruscamente, mostrando pareti dirupate, altopiani nascosti e faggete che d'autunno si accendono di rame. Da queste creste, nelle giornate limpide, lo sguardo corre fino alla cupola di San Pietro e, dall'altra parte, fino ai profili innevati del Terminillo e del Gran Sasso.
Ma i Lucretili non sono solo panorama. Sono un paesaggio scritto dall'uomo per millenni — terrazzamenti "ciclopici", casali, sentieri di pastori e carbonai — e insieme un rifugio per una natura tornata sorprendentemente selvaggia, dove il lupo ha ripreso a percorrere i valloni più solitari e l'aquila reale volteggia sulle vette. Salire da Palombara verso il Pratone è, in fondo, ripercorrere una via antichissima: la stessa che generazioni di palombaresi hanno battuto per andare a legnare, a pascolare, a guardare Roma da lontano.
Cosa vedere
Monte Gennaro è la cima-simbolo del versante palombarese: da Roma appare come un monte solo, distinto in tre punte — il monte della Guardia, il Pizzo (o monte dei Zappi) e la Morra. La vetta più alta del gruppo è la Cima Zappi, a 1.271 metri, uno straordinario "balcone" da cui lo sguardo abbraccia la campagna romana, il Tirreno e, all'orizzonte, l'Appennino. La montagna più elevata dell'intero Parco è però il vicino Monte Pellecchia (1.368 m), sulle cui pendici nidifica l'aquila reale. [Vedi la scheda `monte-gennaro`.]
Il Pratone è forse il luogo più sorprendente di tutto il massiccio: un ampio altopiano d'alta quota che si apre all'improvviso tra le vette dirupate, "piano come un bigliardo", coperto d'erba e di fiori. Dopo la salita nella faggeta, sbucare sul Pratone è un'esperienza indimenticabile, un mondo silenzioso e aperto sospeso sopra la pianura. [Vedi la scheda `pratone-di-monte-gennaro`.]
Ma il Parco è molto più della "montagna di Palombara". Verso l'interno si distendono faggete magnifiche e boschi di leccio, altopiani carsici e doline, e — nel territorio di Percile — i due suggestivi laghetti carsici detti Lagùstelli. Dovunque, il segno dell'uomo: casali di pietra, fontanili, mulattiere, e il fitto reticolo di sentieri segnati dal CAI che collega i borghi del Parco.
Esperienza di visita
I Monti Lucretili si vivono soprattutto camminando. Da Palombara Sabina parte una delle vie storiche di salita a Monte Gennaro, la più vicina ma anche una delle più erte: un sentiero che attraversa gli oliveti, tocca i luoghi della memoria come il Romitorio di San Nicola, entra nel bosco e infine conquista il Pratone e la vetta. È un itinerario impegnativo, da affrontare con calma, attrezzatura adeguata e mai in solitudine improvvisata: la montagna, per quanto vicina a Roma, resta montagna vera.
Chi non cerca la vetta trova comunque, nel Parco, mille modi per lasciarsi sorprendere: i colori delle faggete in autunno, le fioriture di orchidee spontanee e di storace in primavera, il silenzio degli altopiani, gli affacci improvvisi sulla pianura. È un paesaggio che cambia con le stagioni e con la luce, e che dà il meglio di sé nelle ore fresche del mattino, quando l'aria è ancora "un boccone" — come scriveva un vecchio cronista di Palombara, convinto che valesse più una boccata d'aria presa sul Gennaro che due sul Monte Bianco.
Informazioni pratiche
- Come arrivare: il versante palombarese del Parco si raggiunge da Palombara Sabina, a circa 35 km da Roma (via Nomentana/Palombarese). La sede dell'Ente Parco si trova a Palombara Sabina, in Viale Adriano Petrocchi 11. (Punti di accesso ai sentieri e loro raggiungibilità in auto: verificare con l'Ente Parco.)
- Parcheggio: si lascia l'auto ai margini dell'abitato o presso gli imbocchi dei sentieri; non esistono grandi aree di sosta attrezzate in quota.
- Tempo di visita: da poche ore per una passeggiata nei boschi pedemontani, a un'intera giornata per l'escursione a Monte Gennaro e al Pratone (salita e discesa impegnative).
- Accessibilità: i sentieri di montagna comportano dislivelli notevoli, tratti ripidi, roccia e fondo sconnesso; non sono adatti a passeggini né a chi ha difficoltà motorie. Servono scarpe da trekking, acqua e abbigliamento adeguato.
- Limitazioni: trattandosi di area protetta, valgono le regole del Parco (rispetto della flora e della fauna, divieto di fuochi, raccolta regolamentata). In montagna la prudenza è d'obbligo: informarsi sempre sul meteo, sulla difficoltà del percorso e non avventurarsi da soli su itinerari sconosciuti. (Regolamenti aggiornati: consultare l'Ente Parco.)
Curiosità
- La montagna degli astronomi. Per la sua posizione dominante su Roma, Monte Gennaro fu per secoli un osservatorio privilegiato: il gesuita Ruggero Boscovich, insieme a Christopher Maire, vi condusse le misurazioni per il meridiano di Roma, e padre Angelo Secchi vi fece costruire sul Pizzo una piccola specola-torre che "biancheggia anche da lontano". Dalla vetta si calcolò persino la distanza dalla cupola di San Pietro.
- Il fiore-simbolo e il vento che muove i rami. Il simbolo del Parco è lo storace (Styrax officinalis), arbusto raro dai fiori bianchi profumati; tra le rarità botaniche dei Lucretili si cita anche l'Iris sabina. Curiosamente, proprio un "ramoscello di storace" compare in un'antica cronaca di Palombara, usato per mostrare il soffio d'aria che usciva da una fenditura nella roccia del monte.
- Il ritorno del lupo. Dopo decenni di assenza, il lupo appenninico è tornato a frequentare stabilmente i Monti Lucretili, e le sue tracce vengono documentate lungo i sentieri più solitari. Sulle pendici del Monte Pellecchia nidifica inoltre una coppia di aquile reali: due presenze che raccontano quanto sia ancora selvaggia questa montagna a un passo dalla capitale.
- Un balcone sull'Urbe. Nelle giornate più limpide, dalle vette del Parco lo sguardo spazia dal mar Tirreno fino al Terminillo e al Gran Sasso, con Roma distesa nella pianura: un panorama che generazioni di viaggiatori hanno cercato salendo a piedi fin quassù, molto prima che esistessero automobili e sentieri segnati.
Storia
Il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili è stato istituito nel 1989, con la Legge Regionale del Lazio del 26 giugno 1989, n. 41 (con successive modifiche), a tutela di un territorio che l'uomo frequenta e modella da molto prima che esistesse l'idea stessa di "area protetta". La montagna che oggi il Parco custodisce ha infatti una storia lunghissima, incisa nella pietra.
Il nome stesso conserva una memoria antica. "Lucretile" è parola latina: già il poeta Orazio, che aveva la sua villa nella vicina valle di Licenza, cantava le fresche pendici di questi monti. Un'epigrafe dettata a inizio Novecento per il Comune di Palombara ricordava il "mons Januarium, olim Lucretilem" — Monte Gennaro, un tempo il Lucretile — legando esplicitamente la vetta di Palombara all'antico nome del massiccio.
Su questi versanti la presenza umana è preistorica. A mezza costa di Monte Gennaro, nei pressi di San Nicola, sopravvivono i resti di massicci terrazzamenti agricoli attribuiti alle primitive popolazioni sabine: muri a secco che seguono le curve di livello e in alcuni punti raggiungevano un'altezza di diversi metri, terrazzando — secondo gli studiosi — decine di ettari di montagna. Pompili li definì "opere ciclopiche degli aborigeni". Sono la testimonianza di un'agricoltura di montagna antichissima, che faceva della fatica una forma di paesaggio.
Nei secoli i Lucretili furono confine e frontiera: sotto i Longobardi, la montagna alle spalle di Palombara segnò per oltre un secolo il limite tra il Ducato di Spoleto e il Ducato Romano. Poi divennero terra di eremi e di monaci — il Romitorio di San Nicola, la cella di San Michele Arcangelo, la vicina Abbazia di San Giovanni in Argentella — e di castelli oggi scomparsi, come Castiglione, aggrappato all'ultima propaggine del Gennaro. E furono, per secoli, la "montagna del popolo": terra di usi civici, dove i palombaresi potevano legnare, pascolare e far carbone, e dove ogni pietra racconta ancora oggi una fatica antica.