Natura
Le grotte dei salnitrari di Monte Castello
Nel Settecento, tra le grotte di Monte Castello, due salnitrari clandestini bollivano la terra nitrosa per rifornire le polveriere di Roma: una pagina dimenticata di "archeologia industriale" della Sabina.
C'è una parola, oggi quasi scomparsa, che per qualche anno del Settecento echeggiò tra le grotte del territorio di Palombara: salnitraro, cioè chi lavorava il salnitro. Il salnitro — il nitro delle carte antiche — era la materia prima della polvere da sparo, e proprio qui, in una stalla presa in affitto tra le grotte di Monte Castello, due uomini lo fabbricarono per anni facendo bollire grandi caldare, di nascosto e con danno della montagna, per rifornire le polveriere di Roma.
Non è una leggenda: l'episodio è annotato negli atti d'archivio e riportato dallo storico locale Raffaele Luttazi. È però una vicenda minima e circoscritta, di quelle che non lasciano monumenti da fotografare ma raccontano un mestiere durissimo e un pezzo di storia produttiva del territorio. Una sorta di archeologia industriale ante litteram, sospesa tra la campagna sabina e le officine belliche dello Stato pontificio.
Cosa sapere
Che cos'era il salnitro e come si otteneva. Il salnitro (nitrato di potassio) era, insieme allo zolfo e al carbone, uno dei tre ingredienti della polvere nera. Nell'Europa preindustriale lo si ricavava dalle "terre nitrose" che si formano dove ristagnano materie organiche in decomposizione — tipicamente stalle, cantine e grotte: la terra veniva dilavata con acqua e la soluzione fatta bollire in grandi caldare fino a far cristallizzare il salnitro. È esattamente il quadro che restituisce il documento palombarese: una stalla tra le grotte e le caldare in ebollizione per mesi [Luttazi, p. 242]. (La descrizione generale del procedimento è contesto storico-tecnico, non desunto dalle fonti locali.)
Dove si trovava "Monte Castello". Il toponimo compare più volte nelle carte di Palombara, ma non permette una localizzazione sicura. Nell'assegna catastale del 1778 "il monte Castello" è elencato tra i beni montani della Comunità, insieme alla montagna coi carpini verso Rotavello, "dalle mura di Castiglione fino a Prato Pulcinaro" [Luttazi, p. 242]: un contesto che lo colloca nell'area boscosa verso il Monte Gennaro. Nello Statuto, invece, si parla degli "orti chiusi di monte castello", con tariffe per i danni e il divieto d'accesso alle bestie da soma [Luttazi, pp. 223, 227]: un riferimento che sembra indicare piuttosto un rilievo coltivato più vicino all'abitato. Le due immagini non coincidono perfettamente, e l'esatta posizione delle grotte dei salnitrari resta perciò incerta (vedi «Dati da verificare»).
Il controllo pontificio. La vicenda dice molto del contesto: la polvere da sparo era un affare di Stato, e le polveriere di Roma erano impianti pontifici. Che a fermare i Marinelli sia stata la Congregazione del Buon Governo, e non solo la Comunità locale danneggiata, mostra come la produzione clandestina di salnitro toccasse interessi ben più alti del semplice sfruttamento del bosco.
Attenzione ai nomi. "Monte Castello" non va confuso con il vicino castello diroccato di Monte Verde, distrutto nelle lotte fra Savelli e Orsini [Luttazi, pp. 43–44], né con i silos-granai sotterranei (ziri) del centro storico, oggetto di un racconto a parte sulla "Palombara sotterranea": lì si conservava il grano, qui si estraeva il salnitro — due cose diverse.
Esperienza di visita
Non c'è, in senso proprio, nulla da visitare. Le grotte non sono identificate né segnalate, e le fonti non documentano che cosa ne resti oggi. È, come per altri "luoghi invisibili" del territorio, una storia da portare con sé: camminando verso la montagna, sui versanti che dal borgo salgono verso il Monte Gennaro, si può immaginare il fumo delle caldare che per mesi, d'inverno, saliva da una stalla nascosta tra le rocce, e due uomini intenti a un mestiere faticoso e proibito. È il tipo di suggestione che si abbina bene a un itinerario dedicato alla Palombara "minore" e dimenticata — i mestieri, le grotte, i luoghi scomparsi — più che a una meta segnalata.
Informazioni pratiche
- Dove: località "Monte Castello", nel territorio di Palombara Sabina; ubicazione esatta non determinabile dalle fonti (vedi «Dati da verificare»).
- Cosa si vede: nulla di segnalato o documentato in superficie.
- Accessibilità: non applicabile — non esiste un sito attrezzato o visitabile.
- Nota: trattandosi di eventuali cavità naturali su versanti montani, qualunque esplorazione richiede prudenza e va valutata con le indicazioni locali.
Curiosità
- Otto anni di salnitro clandestino. I fratelli Marinelli rimasero "annidati" nella loro stalla tra le grotte per circa otto anni, fino all'intervento del 1786: una piccola fabbrica illegale attiva per quasi un decennio a due passi dal paese [Luttazi, p. 242].
- "Piluccando" la montagna. Il documento usa un verbo vivissimo: i salnitrari "piluccavano" la montagna, cioè la spogliavano poco a poco della sua terra nitrosa, con danni giudicati rilevanti [Luttazi, p. 242].
- Il salnitro nasce nelle stalle. Non è un caso che i Marinelli lavorassero in una stalla: proprio negli ambienti dove si accumulano materie organiche — stalle, cantine, grotte — si formava la terra nitrosa da cui si estraeva il salnitro [Luttazi, p. 242].
- Un arresto per far rispettare la sentenza. Quando i salnitrari portarono la Comunità davanti all'Uditore, Palombara reagì facendo incarcerare uno dei due finché la sentenza non fosse eseguita: un piccolo, duro braccio di ferro giudiziario di fine Settecento [Luttazi, p. 242].
- Un toponimo antico. "Monte Castello" era già regolamentato dallo Statuto comunale, che ne proteggeva gli "orti chiusi" con multe e vietava il passaggio alle bestie da soma [Luttazi, pp. 223, 227].
Storia
La fonte è un solo passo di Luttazi, che sintetizza un documento dell'Archivio Borghese (Arch. Borgh. P. n. 161). Nel 1786 la Congregazione del Buon Governo — l'organo pontificio che sovrintendeva all'amministrazione delle comunità dello Stato della Chiesa — inibì l'attività di due salnitrari, Giustino e Camillo Marinelli, che da otto anni (dunque all'incirca dal 1778) erano "annidati" a Palombara in una stalla presa in fitto tra le grotte di monte Castello [Luttazi, p. 242].
Lì, da novembre a maggio, i due facevano bollire le caldare per ricavare il salnitro e rifornire di polvere le polveriere di Roma, "piluccando" la montagna — così dice testualmente il documento — con danni rilevanti [Luttazi, p. 242]. Quando furono fermati, i salnitrari non si arresero: citarono la Comunità di Palombara davanti all'Uditore. La Comunità rispose per le rime, facendone carcerare uno finché non si fosse eseguita la sentenza [Luttazi, p. 242]. Con questo braccio di ferro l'esperienza dei salnitrari di Monte Castello si chiude, e con essa ogni traccia documentaria: le fonti locali non ne parlano più.
(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924).)