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Visit Palombara Sabina

Punto panoramico

La Funivia di Monte Gennaro

Cabine sospese e una baita in quota: la storia dell'impianto a fune che negli anni Sessanta portava dal borgo fin quasi alla vetta di Monte Gennaro, e di ciò che ne resta oggi tra i faggi dei Monti Lucretili.

C'è un'immagine che molti palombaresi meno giovani conservano ancora nella memoria: file di piccole cabine biposto che salivano lente sul fianco della montagna, appese a un cavo d'acciaio, portando in poche decine di minuti dai margini del paese fino a millecento metri di quota, un soffio sotto la vetta di Monte Gennaro. Per una manciata di stagioni, tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del Novecento, Palombara Sabina ebbe il suo impianto a fune: un pezzo di quel sogno di turismo montano che, in tutta Italia, univa allora la voglia di aria buona alla fiducia nel progresso.

Oggi quell'impianto non funziona più. Ne restano tracce sul versante sud-ovest della montagna e, in quota, l'edificio di una baita-rifugio che ha attraversato decenni di abbandono, contenziosi e tentativi di rinascita. La sua storia è insieme affascinante e incerta: le fonti sono frammentarie, i ricordi non sempre concordi, e proprio per questo va raccontata con onestà, distinguendo ciò che è documentato da ciò che resta da verificare.

Vale la pena farlo, perché questa vicenda dice molto del rapporto antico tra Palombara e la sua montagna: un legame che non nasce con la funivia, ma che affonda le radici in secoli di pastori, carbonai, astronomi e camminatori. E che invita, ancora oggi, a salire su Monte Gennaro — questa volta a piedi.

Cosa vedere

Chi sale oggi verso la vetta incontra, disseminati sul fianco della montagna, i resti dell'impianto: tracciati, basamenti e manufatti che il tempo e la vegetazione stanno lentamente riassorbendo. Non si tratta di un'attrazione attrezzata né segnalata come tale, ma di una presenza discreta, quasi malinconica, che affiora lungo i sentieri: un'archeologia industriale in miniatura, immersa nella faggeta.

In quota resiste l'edificio della baita-rifugio, ex albergo-ristorante degli anni Settanta, che negli ultimi decenni è stato oggetto di lavori di bonifica e riqualificazione, tra cui la rimozione dell'amianto. È il punto più riconoscibile dell'intera vicenda: da lassù, poco sotto la sommità del massiccio, lo sguardo abbraccia un panorama vastissimo, dal profilo dei Lucretili fino, nelle giornate limpide, alle montagne più lontane dell'Appennino.

Il vero «monumento», però, resta la montagna stessa: il grande altipiano erboso del Pratone, incastonato tra le vette, e la cima di Cima Zappi (1.271 m), il punto più alto del gruppo. È verso questi luoghi che l'impianto voleva condurre e che ancora oggi si raggiungono seguendo gli itinerari escursionistici del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili.

Esperienza di visita

La funivia di Monte Gennaro non si «visita» nel senso consueto: si incontra. La si scopre camminando, quando lungo un sentiero appare un vecchio pilone o il profilo squadrato della baita in quota. È un'esperienza che parla di memoria più che di spettacolo: il fascino un po' sospeso dei luoghi che hanno conosciuto un tempo di fervore e poi il silenzio.

Per questo il modo migliore di viverla è integrarla in un'escursione a piedi verso il Pratone e la vetta, lasciando che i resti dell'impianto raccontino, strada facendo, una stagione del territorio: quella in cui Palombara guardava alla sua montagna come a una risorsa turistica moderna. È un invito alla lentezza e alla riflessione, adatto a chi ama il trekking ma anche a chi si interessa alla storia recente e al paesaggio.

Informazioni pratiche

  • Come arrivare: l'ex impianto si trova sul versante sud-ovest di Monte Gennaro, sopra Palombara Sabina (circa 35 km da Roma, raggiungibile dalla via Nomentana/Palombarese). La montagna e la vetta si raggiungono oggi solo a piedi, seguendo i sentieri escursionistici che salgono dal borgo e dai paesi vicini. (Accessi e punti di partenza dei sentieri: verificare la segnaletica del Parco dei Monti Lucretili.)
  • Parcheggio: conviene lasciare l'auto nelle aree di sosta ai margini del paese o presso gli imbocchi dei sentieri; non esistono parcheggi attrezzati in quota.
  • Tempo di visita: l'escursione verso il Pratone e la vetta richiede diverse ore di cammino (mezza giornata o più, andata e ritorno), con dislivello impegnativo. (Tempi e difficoltà: da verificare sulle guide escursionistiche e sui percorsi CAI.)
  • Accessibilità: percorso di montagna su terreno naturale, con tratti ripidi; adatto solo a escursionisti allenati e con attrezzatura idonea. Non accessibile a passeggini o a chi ha difficoltà motorie.
  • Limitazioni: i resti dell'impianto e la baita in quota non sono un'attrazione turistica aperta e attrezzata; l'area è soggetta a vicende di proprietà e a vincoli del Parco. Non avvicinarsi né entrare in strutture pericolanti. (Stato attuale, accessibilità e destinazione dell'edificio in quota: da confermare con il Comune e con l'Ente Parco.)

Curiosità

  1. Un impianto profetizzato mezzo secolo prima. Già nel 1924 lo storico Rogato Luttazi aveva immaginato una «via funicolare» tra Roma e Monte Gennaro e una «grandiosa Locanda» in quota. La struttura ricettiva costruita in cima negli anni Sessanta-Settanta sembra realizzare, con decenni di ritardo, quel suo antico auspicio turistico.
  2. Non proprio una «funivia». Le guide d'epoca parlavano genericamente di «funivia», ma le fonti tecniche descrivono l'impianto come una cestovia, cioè a piccole cabine o «cestelli» biposto anziché a grandi cabine chiuse: un dettaglio importante, perché il nome popolare non corrisponde esattamente alla tipologia dell'impianto. (Tipologia esatta da confermare.)
  3. Circa venti minuti fino a millecento metri. Secondo i dati riportati dalle fonti, l'impianto era diviso in due tronchi e permetteva di salire dai margini del borgo, intorno ai 260 metri di quota, fino a circa 1.100 metri sotto Cima Zappi, in poco più di venti minuti di viaggio. (Lunghezze, quote, portata e tempi: dati indicativi, da verificare su fonti tecniche.)
  4. Il silenzio dopo il 1983. Fermato l'impianto, le cabine rimasero a lungo appese ai cavi sul fianco della montagna: un'immagine sospesa che ha alimentato negli anni curiosità, fotografie e il fascino un po' spettrale dei luoghi abbandonati.

Storia

Il desiderio di collegare comodamente Roma e la sua campagna alla cima di Monte Gennaro è più antico dell'impianto stesso. Già nel 1924 il canonico e storico locale Rogato Luttazi, chiudendo la sua monografia su Palombara, lanciava un vero e proprio «voto» turistico: immaginava una via funicolare che permettesse di partire da Roma al mattino e tornare la sera, il rimboschimento delle vette attorno al Pratone e la costruzione di «una grandiosa Locanda» in quota, sfruttando l'acqua sorgiva della montagna. «Varrà più un boccone d'aria presa nel monte Gennaro, che due prese nel Monte Bianco», scriveva con orgoglio. Era, allora, soltanto un auspicio: nessun impianto esisteva, e la salita restava riservata ai pastori, ai carbonai e ai rari escursionisti.

Quel sogno prese forma concreta soltanto quarant'anni più tardi. Secondo le fonti disponibili, l'impianto fu costruito tra il 1964 e il 1967, sul versante sud-ovest del monte, e destinato a diventare — nelle parole di una guida turistica dell'epoca — «il centro escursionistico più notevole e comodo della provincia romana». Una guida dell'Ente Provinciale per il Turismo di Roma degli anni Settanta, ripresa nella monografia di Franco Pompili sul castello, ricordava una baita con ristorante e albergo situata «a quota 1200», descritta come la stazione di arrivo di «una funivia oggi non più esistente», raggiungibile in poco più di venti minuti dalla strada statale.

L'impianto rimase in funzione per circa un ventennio. Le fonti collocano il suo arresto attorno al 1983, per ragioni che appaiono legate a vicende giudiziarie e gestionali più che a un formale smantellamento: l'impianto, infatti, non fu mai completamente rimosso e le sue strutture restarono a lungo sul posto. Negli anni successivi la proprietà passò di mano più volte, tra aste giudiziarie e società subentrate, mentre l'edificio in quota alternava fasi di abbandono a progetti di recupero mai pienamente compiuti.