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Visit Palombara Sabina

Tradizione

Il costume tradizionale delle contadine di Palombara Sabina

L'antico abito femminile popolare della Sabina — larga gonna di ruvido saio marrone e bustino attillato allacciato sul davanti — sopravvive nella memoria soprattutto perché una nobildonna, Camilla Savelli Farnese, ne fece il modello per l'abito delle sue monache romane.

Prima delle stoffe leggere e dei colori vivaci, l'abito delle donne di Palombara era fatto della stessa materia della loro fatica: un ruvido saio color marrone, la lana grezza dei panni poveri. Le contadine che salivano ai ceraseti e agli oliveti indossavano una veste ampia, o larga gonna, di questo saio scuro, stretta in vita da un bustino attillato allacciato coi lacci; il davanti del corpetto era irrigidito da sottili canne d'India e chiuso da un cordoncino nero [Silvi, pp. 10–11; Pompili, Medioevo, p. 111]. Era un abito sobrio e severo, pensato per il lavoro e per una comunità che dell'austerità faceva quasi una virtù.

C'è però un paradosso in questa scheda: di un vestito tanto umile sappiamo qualcosa solo grazie al gesto di una duchessa. Camilla Virginia Savelli Farnese, nata nel castello di Palombara e fondatrice a Roma delle Oblate di Santa Maria dei Sette Dolori, volle che l'abito delle sue monache fosse foggiato proprio sul costume delle contadine del suo paese d'origine — e fu così che quell'abito popolare, altrimenti destinato all'oblio, entrò per iscritto nella storia [Silvi, pp. 10–11; Pompili, Medioevo, p. 111]. La vicenda di Camilla è raccontata per esteso nella scheda dedicata a Camilla Savelli Farnese: qui il protagonista è il costume in sé.

Cosa sapere

I pezzi dell'abito. Gli elementi attestati sono pochi ma netti. La parte inferiore era una veste ampia o larga gonna di saio marrone, capace di reggere alla fatica dei campi [Silvi, pp. 10–11; Pompili, Medioevo, p. 111]. Sopra si portava un bustino attillato, aderente al busto e chiuso da lacci: Silvi lo dice alto «fin sotto il mento», Pompili lo dice serrato «alla vita» — due sfumature che descrivono lo stesso corpetto allacciato [Silvi, pp. 10–11; Pompili, Medioevo, p. 111]. Sul davanti erano inserite delle canne d'India (sottili stecche di giunco) che ne irrigidivano la struttura, e il tutto era rifinito da un cordoncino nero [Silvi, pp. 10–11].

Il saio, stoffa della terra. Il saio è un panno di lana grezza e ruvida, il tessuto povero per eccellenza: lo stesso registro umile dei sai bianchi delle confraternite locali e delle tonache eremitiche. Il colore marrone, non tinto, era il colore stesso della lana e della terra — coerente con un abito da lavoro di una comunità contadina di collina, la cui ricchezza erano le celebri «cerase», gli olivi e le vigne dei terrazzamenti [Luttazi, p. 246].

Il mondo di chi lo indossava. Attorno a questo abito ruotava tutta la vita delle donne del borgo, organizzata anch'essa in sodalizi: le Figlie di Maria, che riunivano le ragazze, e le Sorelle dell'Addolorata, formate dalle donne anziane [Silvi, pp. 44–45]; nelle processioni le giovani sfilavano in coro col velo bianco [Silvi, p. 44]. Era un universo dove il decoro femminile aveva un peso forte — non a caso lo Statuto prescriveva che una donna citata in giudizio potesse essere interrogata soltanto nella chiesa del castello, «e in niun altro luogo» [Luttazi, p. 225; Silvi, p. 11]. Il bustino chiuso «fin sotto il mento» sembra parlare la stessa lingua della «pudicizia della donna sabina» che la tradizione erudita locale, sulla scorta di Virgilio e Orazio, celebrava come tratto antico di queste terre [Luttazi, pp. 7–8].

Esperienza di visita

Un costume non si «visita» come un monumento: soprattutto quando, come in questo caso, nessuna fonte ne segnala un esemplare superstite o un'esposizione. Ciò che si può fare è seguirne la memoria attraverso i luoghi che la custodiscono. Il primo è il Castello Savelli, la rocca in cui nel 1602 nacque Camilla Virginia, la nobildonna che di quell'abito fece un modello [Pompili, Medioevo, pp. 109–111]. Poco sotto, la Collegiata di San Biagio conserva il battistero dove la stessa Camilla fu battezzata [Silvi, pp. 7, 10].

Il filo si allunga fino a Roma: sul Gianicolo, il monastero di Santa Maria dei Sette Dolori, opera di Francesco Borromini, è il luogo dove il costume delle contadine di Palombara divenne abito religioso [Pompili, Medioevo, pp. 110–111]. Percorrere idealmente questo itinerario — dalla rocca sabina alla Roma barocca — è il modo migliore per cogliere come un umile vestito da lavoro sia diventato un piccolo, inatteso ponte di storia.

Curiosità

  1. Un abito da lavoro «promosso» a divisa religiosa. È probabilmente l'unico caso in cui il costume popolare di Palombara sia stato assunto come modello per l'abito di un ordine religioso romano, le Oblate di Santa Maria dei Sette Dolori. L'aneddoto completo è nella scheda su Camilla Savelli Farnese [Silvi, pp. 10–11; Pompili, Medioevo, p. 111].
  2. Le canne d'India nel bustino. Il dettaglio più tecnico ci arriva da Silvi: sul davanti del corpetto correvano delle «canne d'India», cioè stecche di giunco, usate per tenere rigida e ben tesa la struttura del bustino [Silvi, pp. 10–11].
  3. Un costume salvato da una biografia. La descrizione dell'abito sopravvive di fatto grazie a un libro devozionale: la biografia di Camilla Virginia Savelli Farnese scritta da Mario Bosi nel 1953, che Silvi cita alla pagina 89 come sua fonte [Silvi, pp. 10–11].
  4. Il colore dell'umiltà. Il marrone del saio non era una scelta di gusto ma la tinta naturale della lana grezza, non lavorata: lo stesso «colore povero» della terra lavorata e degli abiti penitenziali — un abito che diceva, prima ancora delle parole, la fatica e la sobrietà di chi lo portava.

History

Il costume femminile palombarese non è descritto da alcun documento etnografico diretto: lo conosciamo attraverso due storici locali, che a loro volta lo ricostruiscono guardando all'abito monastico di Camilla Savelli. Il maestro Enzo Silvi ne dà la versione più minuziosa: «veste ampia di grosso saio color marrone, bustino attillato fin sotto il mento, canne d'India nel davanti, cordoncino nero», precisando che la descrizione deriva dal racconto dell'abito della Serva di Dio Camilla — e citando come fonte la biografia di Mario Bosi del 1953 [Silvi, pp. 10–11]. Franco Pompili, nel volume sul Medioevo, riporta in forma più sintetica che Camilla, da fondatrice, vestiva «secondo il costume delle contadine di Palombara, indossando una larga gonna di saio marrone ed il bustino attillato alla vita con i lacci» [Pompili, Medioevo, p. 111].

Le due testimonianze concordano nell'essenziale — saio marrone, bustino attillato allacciato — e provengono entrambe dalla stessa fonte descrittiva (l'abito di Camilla, così come lo racconta il Bosi). È un dettaglio importante per la correttezza storica: la descrizione del costume non nasce dall'osservazione diretta delle contadine, ma dal ricordo di come una nobildonna del Seicento volle abbigliare le proprie religiose «alla palombarese». Per questo non è possibile datare con precisione l'uso dell'abito né seguirne l'evoluzione: le fonti locali lo presentano semplicemente come il costume tradizionale del paese, senza indicare epoche, varianti o occasioni.

(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924); F. Pompili, Palombara Sabina nel Medioevo (1990); E. Silvi, Toponomastica sacra di Palombara Sabina (1963).)