Storia
Lo Statuto del 1562: come si viveva a Palombara nel Cinquecento
4 July 2026 — Author: Super Admin

Multe per chi annacquava il vino, l'obbligo di coltivare l'orto, i mostaccioli concessi solo per le nozze: lo Statuto di Palombara racconta la vita di ogni giorno cinque secoli fa.
Un libro che regolava la vita
Ogni comunità dell'Italia medievale e moderna aveva il suo Statuto: la raccolta di norme che regolava la giustizia, i mestieri, le feste, i rapporti tra le persone. Palombara conserva memoria del suo attraverso una copia redatta nel 1562, anche se il primo Statuto risaliva a un'antichità ben più remota. La sua prima menzione si trova infatti già in una convenzione tra i Savelli del 1476, dove si stabiliva che, nei casi non previsti, si sarebbe giudicato secondo lo Statuto di Roma.
La copia cinquecentesca fu compilata dai Massari del paese — cioè gli amministratori comunali — e firmata dal duca Giovanni Savelli. Era organizzata in quattro libri: le cose criminali e i malefici, le cose civili, i danni dati e le cose straordinarie. Sfogliarne le pagine è come affacciarsi su una finestra aperta sulla Palombara del Cinquecento.
Pene, ingiurie e carcere
Il primo libro riguardava i reati. Le parole ingiuriose — un catalogo colorito che comprendeva insulti come "menti per la gola", "traditore", "ladro" — costavano un ducato di multa o due giorni di carcere "alli ceppi o ai ferri". Il furto era punito in modo progressivo: la prima volta con il doppio del maltolto, la seconda con il quadruplo, la terza con la frusta, la quarta con la forca.
C'era anche una regola sorprendentemente moderna: se dopo una rissa i contendenti facevano pace entro ventiquattr'ore, la corte non poteva più "impacciarsene", cioè procedere. Curiosa invece la norma sulle mura: chi entrava in paese salendo dalle finestre del rivellino invece di passare per la porta pagava cento soldi e doveva risarcire le mura — una disposizione che gli studiosi fanno risalire addirittura all'antico Editto di Rotari, il codice longobardo. Vale la pena ricordare che lo Statuto di Palombara non prevedeva la pena di morte.
Osti, macellai e mugnai sotto controllo
Il cuore più vivo dello Statuto è la disciplina dei mestieri, dove si legge in filigrana la vita economica del borgo. I tavernieri che usavano misure non sigillate pagavano dieci soldi; ma chi metteva l'acqua nel vino ne pagava cinquanta — "e sia creduto ad ogni accusatore con giuramento", precisava la norma. I macellai che vendevano "pecora per castrato oppure scrofa per porco maschio" rischiavano trenta soldi ed erano obbligati a rispettare la tabella dei prezzi fissata dai Massari.
Anche i mugnai erano tenuti d'occhio: non potevano trattenere come compenso più di una parte su sedici del macinato. E chi amava il gioco d'azzardo — dadi e carte — pagava dieci soldi, che raddoppiavano se giocava di nascosto o di notte.
L'orto obbligatorio e la cura del paese
Alcune norme raccontano la quotidianità in modo sorprendente. Ogni persona era tenuta, per legge, a coltivare un po' d'orto: lattughe, cavoli, "un centinaio d'agli e altre erbe", pena vent'soldi di multa. La pulizia davanti a casa era obbligatoria nei giorni di festa — dalle Litanie al Corpus Domini, da San Biagio a Sant'Egidio — e nei mesi estivi. I pozzi dovevano restare coperti "con tavole in croce" per tutta l'estate; e chi lasciava che i porci sporcassero la fontana pagava quaranta soldi, "eccetto i Mammoli da 10 anni in giù", cioè i bambini.
Lo Statuto documenta anche le colture del territorio: uva, fichi, noci, pere, mele, cavoli, castagne, canapa, lino, legumi e persino lo zafferano, protetto da apposite pene contro i danni degli animali. Una spia preziosa dell'agricoltura palombarese del tempo.
I mostaccioli solo per le nozze
C'è infine una norma che, più di ogni altra, fa sorridere e insieme commuove. Lo Statuto vietava a chiunque di preparare i mostaccioli — un dolce rituale — tranne che "per quelli che faranno nozze, e per casa propria", pena dieci ducati. Il dolce delle feste era riservato ai matrimoni: un modo per contenere le spese e sottolineare la solennità dell'evento. Nello stesso spirito, un capitolo fissava anche un tetto alle doti.
Tra multe curiose e usi antichi, lo Statuto del 1562 non è un arido elenco di leggi: è il ritratto vivo di una comunità che coltivava il suo orto, temeva le frodi sul vino, curava le proprie strade e conservava i dolci per i giorni di gioia. Un documento che, ancora oggi, restituisce il respiro quotidiano di Palombara cinque secoli fa.