Tradizione
il rito dei fuochi nella vigilia dell'Ascensione
Un rito di origine ignota, «qualcosa di pagano»: falò per le strade, un corteo di ragazzi con lumino e, all'imbrunire dell'Ascensione, una candela accesa a ogni finestra per fare compagnia a Gesù.
Tra tutte le tradizioni di Palombara Sabina, u Bacarozzu è la più enigmatica. Non ha una data fissa sul calendario — segue la Pasqua, cadendo alla vigilia dell'Ascensione, quaranta giorni dopo — e non ha nemmeno una spiegazione. Chi la registrò per iscritto, il maestro Enzo Silvi, la definì una tradizione «di origine ignota», in cui si avverte «qualcosa di pagano» [E. Silvi, Toponomastica sacra di Palombara Sabina, 1963].
È un rito fatto di fuochi accesi per le strade, di preghiere e schiamazzi, di un corteo di ragazzi e, il giorno dopo, di lumini alle finestre che ardono tutta la notte. Un'usanza che sfugge alle categorie: non del tutto religiosa e non del tutto profana, propiziatoria e giocosa insieme, sospesa tra la fede dell'Ascensione e memorie arcaiche legate al ritmo delle stagioni e dei campi. Proprio questa opacità la rende una delle testimonianze più affascinanti del folklore palombarese, un frammento di cultura immateriale che vale la pena raccontare senza forzarne il significato.
Cosa sapere
Il rito si svolge in due tempi. La vigilia dell'Ascensione si accendono fuochi per le strade del borgo; tra preghiere e schiamazzi, i ragazzi del paese danno vita a un corteo: portano in giro, su una barella, il loro «primus inter pares», un compagno eletto capofila che indossa un cappello a cono tronco sormontato da un lumino [Silvi, 1963].
Il corteo è scandito da una nenia e da un ritornello in dialetto, che Silvi trascrisse:
> «Bràcate, bràcate, curri gnò / che dimà è l'Ascenziò…»
e il coro:
> «Bacarozzu bellu, bellu / porta a pecora e l'agnellu…»
È in questo ritornello che compare il misterioso «bacarozzu», invocato come una figura benaugurante che «porta la pecora e l'agnello»: un auspicio di prosperità per le greggi e per la campagna [Silvi, 1963].
Il secondo tempo è più intimo e cade la sera dell'Ascensione: in ogni casa si mette un lumino a ogni finestra, e lo si lascia ardere per tutta la notte. Lo scopo, nella lettura popolare, è fare «compagnia» a Gesù: le luci accese vegliano il paese fino all'alba, chiudendo il rito nel segno della devozione domestica [Silvi, 1963].
Nell'insieme, il Bacarozzu unisce elementi che ricorrono in tanti riti primaverili dell'Italia centrale — il fuoco, il corteo dei giovani, la questua benaugurante, le luci notturne — ma li fonde in una forma che a Palombara è unica, e di cui la fonte sottolinea la matrice arcaica.
Esperienza di visita
Il Bacarozzu è una tradizione popolare fragile e non spettacolarizzata: chi voglia incontrarla deve muoversi in primavera, nei giorni dell'Ascensione, festa mobile che cade quaranta giorni dopo la Pasqua (di norma tra la fine di maggio e i primi di giugno). Non essendovi un programma turistico consolidato, l'unica via è informarsi presso il Comune, la Parrocchia e le associazioni locali sull'effettivo svolgimento del rito nell'anno in corso.
Vale però la pena tenere presente questa usanza come una delle chiavi più autentiche per leggere l'anima del borgo: i fuochi, le nenie dialettali e i lumini alle finestre raccontano di una Palombara contadina, legata al ciclo delle stagioni e ai suoi santi, che sopravvive nelle pieghe del calendario.
Curiosità
- Un nome che resta un enigma. «Bacarozzu» nel dialetto dell'Italia centrale indica comunemente un piccolo insetto (uno scarafaggio, un coleottero); nel ritornello, però, la parola è personificata in una figura benaugurante che «porta la pecora e l'agnello». Il nesso tra il nome e il rito non è spiegato dalla fonte e resta aperto [Silvi, 1963].
- «Qualcosa di pagano». È la stessa definizione data da chi ha studiato la tradizione: un rito la cui origine si perde e che sembra affondare in un tempo precristiano [Silvi, 1963].
- Le finestre illuminate. Il gesto di lasciare un lumino acceso tutta la notte «per fare compagnia a Gesù» trasforma per una sera l'intero paese in un presepe di luci [Silvi, 1963].
- Il capofila sulla barella. Il ragazzo eletto «primus inter pares», portato in corteo con il cappello a cono e il lumino in cima, è la figura centrale e più teatrale del rito [Silvi, 1963].
History
La radice del Bacarozzu si perde: la fonte che lo documenta non ne conosce l'origine e si limita a coglierne il sapore antico, arcaico, «qualcosa di pagano» [Silvi, 1963]. È una prudenza che vale la pena rispettare: sul rito non esistono documenti d'archivio che ne fissino la nascita, e ogni ricostruzione delle sue origini resta, allo stato delle fonti, un'ipotesi.
Si può però collocarlo in un contesto. L'Ascensione era una delle grandi festività attorno a cui, fin dal Medioevo, ruotava la vita della comunità palombarese: era una delle scadenze — con Natale, Pasqua e la Natività della Vergine — a cui i vassalli dovevano al signore le corrisposte dei prodotti della terra [F. Pompili, Palombara Sabina nel Medioevo, 1990]. Lo stesso Statuto cinquecentesco imponeva, tra le feste in cui era obbligatoria la pulizia davanti alle case, proprio l'Ascensione [R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella, 1924]. Era, insomma, uno snodo del calendario agricolo, e il Bacarozzu ne conserva la memoria come rito propiziatorio per la benedizione delle famiglie e delle campagne [Silvi, 1963]. Nel dialetto locale la festa era presa anche a misura del tempo meteorologico: «Se piove u giorno e l'Ascenziò, gni spiga perde 'n cantò» — se piove il giorno dell'Ascensione, ogni spiga perde un pezzetto [Silvi, 1963].