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Visit Palombara Sabina

Natura

I terrazzamenti "ciclopici" di Monte Gennaro

A metà monte, presso San Nicola, si estendono per oltre quaranta ettari i massicci terrazzamenti che Pompili chiamava «opere ciclopiche degli aborigeni»: un paesaggio agrario antichissimo, tra i più suggestivi della Sabina.

Chi sale a piedi verso Monte Gennaro, sul versante che guarda Roma, incontra a mezza costa uno spettacolo che non ci si aspetta: lunghi muri a secco che seguono le curve del pendio per oltre quaranta ettari, disposti a fasce parallele come i gradoni di un anfiteatro naturale. Sono i terrazzamenti «ciclopici» di Monte Gennaro, che gli studiosi hanno attribuito alle primitive popolazioni sabine e che Ferdinando Pompili definiva senza mezzi termini «opere ciclopiche degli aborigeni» [Silvi, pp. 27–28; Pompili, Il Castello, p. 72].

È uno di quei luoghi in cui natura e archeologia si fondono: non un monumento chiuso, ma un intero fianco di montagna modellato dalla mano dell'uomo in tempi remotissimi e ancora oggi leggibile nel paesaggio. Per l'escursionista curioso è la meta perfetta, dove ogni muro racconta la fatica millenaria di strappare terra coltivabile a una montagna di roccia.

Cosa vedere

Le macere a fascia. L'elemento dominante sono i muri a secco (le «macere», nel lessico locale) che organizzano il pendio in terrazze regolari. Seguono fedelmente le curve di livello e, dove il terreno precipita, si alzano di parecchi metri: una tecnica costruttiva che stupisce per scala e continuità [Silvi, pp. 27–28].

Il Romitorio di San Nicola. I terrazzamenti si incontrano proprio nell'area del Romitorio di San Nicola, piccola chiesa con annesso monastero di lineamenti architettonici databili al XIII–XIV secolo, adagiata dove finisce il bosco di Monte Gennaro e cominciano gli oliveti [Silvi, p. 36; Luttazi, p. 138]. È il naturale punto di riferimento per orientarsi tra le fasce coltivate.

Il paesaggio agrario storico. La fascia pedemontana conserva un «assetto rurale di antico impianto», con oliveti separati da muri a secco, ormai raro nel Lazio: un mosaico di terra e pietra che è esso stesso patrimonio. Il censimento arboreo del 1762 nei terreni della Corte di Palombara contava, a testimonianza di questa vocazione, migliaia di olivi e oltre cinquemila ciliegi [Luttazi, p. 246].

I panorami su Roma. Dal versante di San Nicola, che guarda direttamente l'Urbe, «si vedono le cupole e i palazzi di Roma sfumati entro una luce violetta» [Luttazi, pp. 141–142]. È lo stesso affaccio che rese celebre la montagna tra viaggiatori e astronomi.

Esperienza di visita

La visita ai terrazzamenti è, prima di tutto, un'escursione. Si sale dal borgo verso San Nicola — circa mezz'ora di cammino nella descrizione di Pompili — e da lì si cammina lungo le fasce, tra oliveti e macchia, leggendo nella pietra un lavoro di secoli. È un'esperienza per chi ama unire natura, archeologia e paesaggio: nessuna biglietteria, nessun percorso museale, solo il fianco del monte e i suoi muri. Il momento migliore è la luce radente del mattino o del tramonto, quando i terrazzamenti proiettano ombre lunghe e il disegno delle fasce emerge nitido. Si abbina idealmente alla salita verso il Pratone e la Cima Zappi (la vetta di Monte Gennaro, circa 1.271–1.272 m) e all'itinerario archeologico di Castiglione/Cameria e delle celle dell'Argentella.

Informazioni pratiche

  • Dove: a mezza costa sul versante di Monte Gennaro che guarda Roma, nell'area del Romitorio di San Nicola, sopra Palombara.
  • Dislivello e durata: l'imbocco è a circa mezz'ora di cammino dal borgo verso San Nicola [Pompili, Il Castello, p. 72]; la percorrenza tra le fasce dipende da quanto si vuole esplorare. (Tracciato preciso, segnaletica e tempi: da verificare con il Parco dei Monti Lucretili.)
  • Equipaggiamento: scarpe da trekking, acqua e cartografia; terreno naturale e pietroso.
  • Accessibilità: percorso escursionistico, non adatto a passeggini o a chi ha difficoltà motorie.
  • Rispetto del luogo: non smontare né spostare le pietre dei muri a secco; il sito rientra nell'area protetta del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili.

Curiosità

  1. «Opere ciclopiche degli aborigeni». L'espressione, di sapore ottocentesco, è di Pompili e rende bene lo stupore di fronte alla scala di questi muri [Pompili, Il Castello, p. 72].
  2. Quaranta ettari terrazzati. L'estensione documentata da Del Pelo Pardi — oltre 40 ettari, con fasce larghe una ventina di metri — fa dei terrazzamenti un unicum paesaggistico della Sabina [Silvi, pp. 27–28].
  3. La montagna degli astronomi. Le stesse pendici furono frequentate da Boscovich, De la Maire e padre Angelo Secchi per misure geodetiche e astronomiche: scienza e archeologia agraria convivono sullo stesso monte [Luttazi, p. 278; Silvi, p. 28].
  4. Un dibattito ancora aperto. Ciò che una tradizione chiama «mura ciclopiche preistoriche», una lettura archeologica recente propone come terrazzamenti olivicoli più tardi: il fascino del sito sta anche in questo enigma [rilettura riferita a S. Quilici Gigli].

History

La montagna alle spalle di Palombara è stata abitata e coltivata da tempi antichissimi. A metà monte, presso il Romitorio di San Nicola, restano le vestigia di massicci terrazzamenti agricoli attribuiti alle primitive popolazioni sabine [Silvi, pp. 27–28]. La descrizione più circostanziata si deve allo studio inedito di T. Del Pelo Pardi, del Centro di Archeologia Agraria: gli avanzi delle mura terrazzano oltre 40 ettari, con strisce larghe circa 20 metri tra un muro e l'altro; le fasce seguono le curve di livello e, in alcuni punti, i muri raggiungevano un'altezza di almeno 6 metri [Silvi, pp. 27–28]. Giacinto Del Pelo Pardi fu tra i pionieri dell'archeologia agraria in Italia, disciplina che studia proprio queste opere di sistemazione del suolo, necessarie fin dall'antichità pre-romana per coltivare i pendii ripidi senza che l'acqua li erodesse.

Pompili, riprendendo il tema, colloca le «opere ciclopiche degli aborigeni» presso San Nicola, a circa mezz'ora di cammino dal borgo [Pompili, Il Castello, p. 72]. La stessa area conserva stratificazioni successive: il convento medievale di San Nicola, come documentano le ricerche del Parco dei Monti Lucretili, sorge «sul terrazzamento e i resti di una villa rustica di età repubblicana», riconoscibile da strutture murarie in opus reticulatum. La montagna, insomma, fu terrazzata e coltivata dai Sabini, poi dai Romani, poi dai monaci: un lavoro ininterrotto di secoli.

Va detto con onestà che la datazione «preistorica» non è un fatto assodato. Studi archeologici recenti — riferiti in particolare alla studiosa Stefania Quilici Gigli — hanno proposto di leggere terrazzamenti a lungo ritenuti «ciclopici» e protostorici come sistemazioni agrarie per la coltivazione dell'olivo, di età più tarda. La suggestiva immagine delle «mura ciclopiche degli aborigeni» va quindi presentata come interpretazione tradizionale, affiancata dal dibattito scientifico ancora in corso.