Tradizione
le statuine di Sant'Antonio Abate e San Biagio
Otto statuine estratte a sorte, portate di casa in casa tra spari, musica e cortei: un rito comunitario che a gennaio e febbraio lega il paese ai suoi due santi contadini.
Ci sono tradizioni che non stanno nei musei né sulle guide, ma nelle case della gente, sul mobile buono del salotto, dove per un anno intero riposa una piccola statua. A Palombara Sabina questa consuetudine ha un nome: le Mazzette. Sono otto statuine — quattro di Sant'Antonio Abate e quattro di San Biagio — che nelle solennità dei due santi vengono affidate ad altrettante famiglie del paese, estratte a sorte tra i capifamiglia. Chi le riceve diventa «festarolo»: per un anno custodisce la sacra effigie e, insieme agli altri, organizza la festa dell'anno seguente [E. Silvi, Toponomastica sacra di Palombara Sabina, 1963].
È una tradizione a metà tra la devozione e il patto sociale, che intreccia la fede popolare, il calendario contadino e l'orgoglio di rione. Ruota attorno alle due date che aprono l'inverno festivo palombarese: il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, protettore degli animali, e il 3 febbraio, festa di San Biagio, patrono del paese e «avvocato» della gola. Chi passa da Palombara in quei giorni può ancora imbattersi in un piccolo corteo che accompagna una statuina da una casa all'altra, tra il suono della banda e gli spari a salve.
Cosa sapere
Il funzionamento della tradizione è semplice e rigoroso insieme. Le statuine in gioco sono otto: quattro raffigurano Sant'Antonio Abate, quattro San Biagio. Nelle rispettive feste — il 17 gennaio e il 3 febbraio — vengono estratte a sorte tra i capifamiglia: gli otto prescelti diventano i «festaroli», incaricati di organizzare la festa dei due santi per l'anno successivo [Silvi, 1963].
Il cuore del rito è la traslazione della mazzetta: la statuina passa dalla casa del vecchio festarolo a quella del nuovo, e il trasferimento avviene in corteo, tra musiche, spari, banchetti conviviali («simposi») e la partecipazione del vicinato [Silvi, 1963]. Nelle memorie e nelle testimonianze locali il passaggio si articola nell'arco della giornata di festa — il prelievo al mattino e la riconsegna nel pomeriggio, in processione accompagnata dalla banda e da spari a salve nei pressi della casa del festarolo (fonte: portali e cronache parrocchiali locali). Una volta arrivata a destinazione, la mazzetta riceve il posto migliore della casa: per un anno la piccola statua presiede la vita domestica della famiglia che l'ha in custodia [Silvi, 1963].
C'è infine un gesto che salda la tradizione al mondo contadino: a mezzogiorno del 17 gennaio, con una delle mazzette di Sant'Antonio, il sacerdote impartisce la benedizione degli animali [Silvi, 1963]. Un tempo si benedivano le bestie da lavoro e da stalla, cardine dell'economia rurale; oggi, dove la tradizione sopravvive, la benedizione si estende anche ai mezzi agricoli (fonte: cronache locali).
Esperienza di visita
Le Mazzette non sono uno spettacolo organizzato per i turisti, ma una tradizione viva e domestica: è questo a renderle preziose. Chi visita Palombara tra la metà di gennaio e i primi di febbraio ha la possibilità di intercettare i cortei che accompagnano le statuine per i vicoli del centro storico, di sentire la banda e gli spari, di affacciarsi sul momento in cui un paese si riconosce nei propri santi.
L'occasione ideale è la festa di Sant'Antonio Abate del 17 gennaio, con la benedizione degli animali a mezzogiorno, e la festa patronale di San Biagio del 3 febbraio, quando alla Collegiata si celebra anche la benedizione della gola. Attorno a queste date la tradizione delle Mazzette dà il meglio di sé, incastonata nella cornice del borgo medievale.
Curiosità
- Il santo di casa. Per un anno intero la statuina vive in famiglia, nel punto d'onore dell'abitazione: un santo «coinquilino» che scandisce, con la sua presenza, il calendario domestico [Silvi, 1963].
- Il maialino di Sant'Antonio. L'affetto popolare per l'eremita e il suo porcellino è entrato perfino nel dialetto: «Sant'Antonio se ne 'nnamorà d'u porchittu» [Silvi, 1963].
- Un santo nella filastrocca. Il ciclo delle feste invernali è fissato in una cantilena dialettale che nomina proprio i due patroni delle Mazzette: «E po' vè Sant'Antonio… e po' vè San Miascittu e ne porta un atru sacchittu» (San Biagio, in dialetto «San Miasciu») [Silvi, 1963].
- Estratti a sorte. Non ci si candida a festaroli: si viene sorteggiati. La lotteria tra i capifamiglia dà alla tradizione un carattere ugualitario, che nei secoli ha coinvolto a rotazione le famiglie del paese [Silvi, 1963].
History
Le Mazzette affondano le radici nella fitta rete di confraternite e devozioni che ha strutturato per secoli la vita religiosa di Palombara. La devozione a Sant'Antonio Abate era sostenuta da una confraternita a lui intitolata, che nel 1624 fondò un Monte frumentario per i poveri con un fondo iniziale di 27 rubbia di grano, cresciuto a 150 rubbia nel 1781 [R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella, 1924]. Sant'Antonio, l'eremita del deserto egiziano rappresentato tradizionalmente con il fuoco e con il porcellino ai piedi, era il patrono naturale di una comunità agro-pastorale che sugli animali da lavoro fondava la propria sopravvivenza; a Palombara il popolo lo diceva scherzosamente innamorato del suo maialino: «Sant'Antonio se ne 'nnamorà d'u porchittu» [Silvi, 1963].
San Biagio, vescovo e martire di Sebaste in Armenia, è invece il patrono cittadino, titolare della Collegiata: la sua statua lignea, rivestita degli abiti pontificali, viene esposta sull'altare maggiore il 3 febbraio [Silvi, 1963]. Il suo culto a Palombara è antichissimo ed era diffuso, insieme a Tivoli e Sant'Angelo Romano, tra le popolazioni che vissero sotto la minaccia saracena, di cui — secondo la leggenda — il santo avvertiva in sogno l'arrivo [F. Pompili, Palombara Sabina nel Medioevo, 1990]. La devozione locale fu rinsaldata dal voto di Battista Savelli, signore di Palombara: ammalatosi in paese di «ancina» (mal di gola), si affidò a San Biagio «protettore del mal di gola» e, guarito, donò alla chiesa paramenti sacri con le insegne dei Savelli [Luttazi, 1924].
Su questo doppio zoccolo devozionale si è modellata la consuetudine delle Mazzette, che il maestro Enzo Silvi registrò tra le «Tradizioni Sacre» del paese nel suo studio del 1963, accanto agli Altarini di maggio e al Bacarozzu. È la fonte scritta principale che la documenta.