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Visit Palombara Sabina

Prodotto tipico

La cucina tradizionale di Palombara Sabina

Olio verde smeraldo, cerase «del Papa», pizze fritte e polenta sulla spianatora: la tavola contadina di Palombara racconta mille anni di ulivi, vigne e frutteti, tra piatti poveri e feste del gusto.

A Palombara si mangia come si è sempre vissuto: di terra. La cucina del borgo è quella contadina della Sabina — povera negli ingredienti, ricca di sapore — costruita attorno a ciò che il territorio dà da secoli: l'olio extravergine, il vino, le cerase, la frutta dei colli, il maiale, i funghi dei Monti Lucretili. Non piatti d'autore, ma ricette di casa e di festa, che ancora oggi profumano le sagre e le tavole del paese.

Raccontare la tavola di Palombara significa attraversare la sua storia: il censimento agrario del Settecento contava migliaia di olivi, ciliegi, peschi e viti; papa Onorio IV volle per sé le «squisite cerase» del castello; e ancora oggi le sue feste del gusto — le Cerase a giugno e la Perzica a luglio — celebrano un rapporto con il cibo che è, prima di tutto, identità.

Cosa sapere: i piatti della tradizione

La cucina palombarese di oggi è l'erede diretta di questa storia contadina: piatti semplici, legati alle stagioni e alla festa. Tra le specialità che si ritrovano sulle tavole e nelle sagre del paese [web: Viaggiando Italia]:

  • Le pizze fritte, dischi di pasta lievitata fritti e conditi in modo semplice — con sale, con zucchero o, in versione golosa, con la Nutella: sono la delizia da festa per eccellenza.
  • La polenta sulla spianatora, versata sul grande tagliere di legno e condita con spuntature (costine di maiale) e salsicce al sugo: un piatto conviviale da mangiare in tanti, direttamente dal tavolo.
  • Le paste fatte in casa: fettuccine casarecce con i funghi porcini dei boschi di Monte Gennaro, sagne, frascarelli e gnocchetti, spesso conditi con sughi di carne.
  • I legumi: la pasta e fagioli, piatto povero e sostanzioso della cucina di casa.
  • La coratella con i carciofi, la classica preparazione di frattaglie d'agnello tipica della primavera romana e sabina.
  • Gli arrosti sulla brace — maiale, vitello, pollame — cuore di ogni pranzo di festa e di sagra.

Il filo conduttore è sempre lo stesso: l'olio extravergine Sabina DOP, «oro liquido» dal colore verde smeraldo, che condisce la bruschetta e insaporisce ogni piatto, e i prodotti del territorio — dalle cerase alla perzica di Cretone.

Esperienza di visita: le feste del gusto

Il modo migliore per assaggiare Palombara è arrivarci nei giorni delle sue feste gastronomiche, che scandiscono l'anno:

  • La Sagra delle Cerase, a giugno: la più antica e celebre, dedicata alle ciliegie, riempie il borgo di carri e di colore (scheda dedicata).
  • La Sagra della Perzica, a luglio, nella frazione di Cretone: omaggio alla pesca locale, con degustazioni, banda e stand (scheda dedicata) [web: Tibursuperbum].

Fuori dai giorni di sagra, i sapori si scoprono nelle trattorie e negli agriturismi del territorio (sezione Dove Mangiare) e nelle botteghe di prodotti tipici. È una cucina che dà il meglio senza fretta, come il paesaggio da cui nasce.

Curiosità

  1. Le cerase volute da un papa. La tradizione vuole che papa Onorio IV, ospite nel castello, si innamorasse delle cerase di Palombara al punto da pretenderle come primizia ogni 25 aprile: un legame tra il borgo e la ciliegia lungo otto secoli [Silvi, p. 61].
  2. Un paese contato albero per albero. Nel 1762 i terreni della Corte contavano 7.117 olivi, 5.274 ciliegi e 4.278 peschi: la vocazione all'olio, alle cerase e alla perzica è scritta nei numeri da oltre due secoli [Luttazi, p. 246].
  3. I mostaccioli solo per le nozze. Lo Statuto medievale vietava di preparare i mostaccioli, il dolce rituale, a chi non stesse celebrando un matrimonio: una legge sul dolce [Luttazi, p. 227].
  4. La ricotta con le mani. Le cronache di fine Ottocento raccontano le comitive che salivano di notte a Monte Gennaro e mangiavano all'alba la ricotta calda presa a mani dalla caldaia di un pastore, con «un gran caldaio di maccheroni» [Luttazi, pp. 280-282].

History

Una terra di olio, vigne e frutta

L'agricoltura è da sempre l'anima di Palombara, e le fonti lo documentano con precisione. Un censimento arboreo del 1762 sui terreni della Corte contava 7.117 piante di olivo, 67.529 viti, 5.274 ciliegi, 4.278 peschi, oltre a gelsi, castagni, mandorli, albicocchi («briccocole»), susini, peri e sorbi [Luttazi, p. 246]: un vero paesaggio del gusto, che spiega la ricchezza della tavola locale.

Su tutto dominava l'olio: alla fine dell'Ottocento Luttazi lo definiva «fino, squisito» e «industria maggiore del paese», perché l'olivo cresce sui colli rocciosi; in una stagione piena si producevano fino a 16.000 «Strette» di olive, pari a circa 480.000 litri d'olio [Luttazi, p. 267]. Accanto all'olio, il vino: già in età feudale ogni vigna doveva al signore la «quarta del mosto», e in una buona annata si producevano fino a mille botti [Luttazi, pp. 146, 267]. A differenza dei Castelli Romani, legati al solo vino, Palombara «se perde l'olio ha sementa, vino e frutti»: una diversificazione che la metteva al riparo dalle carestie [Luttazi, p. 268].

Le cerase «del Papa» e la frutta dei colli

Il frutto-simbolo sono le cerase, le ciliegie: «dalla fama proverbiale», rendevano al paese un introito notevole già nell'Ottocento, e la contrada di Colle Pietro Schiavo era tutta un ceraseto [Luttazi, pp. 266-268]. La tradizione le lega addirittura a un papa: si racconta che Onorio IV (Giacomo Savelli), mentre dimorava nel castello di Palombara, assaggiò le squisite cerase del luogo e volle che da allora gli venissero da qui come primizia per il giorno di San Marco (25 aprile); «si vuole» che ne derivi persino il detto romanesco «San Marco fa fa' 'e cerase pe' forza» [Silvi, p. 61]. Rinomate erano anche le pere «squisite di sapore», che gli eruditi locali collegavano addirittura alle celebri pere crustumine lodate da Virgilio e Plinio [Luttazi, pp. 24-26, 267-268].

La dispensa dei poveri e dei signori

La cucina di casa attingeva a una dispensa fatta di ciò che si allevava e si conservava. I vassalli erano tenuti a versare al signore i prosciutti dei maiali ingrassati e una «spalletta» per ogni porco allevato: segno di un diffuso allevamento suino domestico [Luttazi, pp. 198, 231]. Lo Statuto cinquecentesco tutelava con multe le colture degli orti — uva, fichi, «persiche», noci, pere, mele, cipolle, agli, cavoli e persino lo zafferano — e regolava i mestieri del cibo: il taverniere che metteva acqua nel vino pagava 50 soldi, il macellaio che vendeva «pecora per castrato» ne pagava 30 [Luttazi, pp. 223-224]. Lo stesso Statuto ci consegna un dolce: i mostaccioli, che si potevano fare solo «per quelli che faranno nozze» [Luttazi, p. 227]. E nelle scampagnate d'un tempo non mancavano «i storici maccheroni», il cacio, il pane e la ricotta calda mangiata con le mani dalla caldaia del pastore [Luttazi, pp. 141, 280-282].

Crediti e approfondimenti

L'inquadramento storico è tratto dai volumi locali (Luttazi, Silvi). L'elenco dei piatti moderni e la segnalazione delle feste gastronomiche sono invece uno spunto, riscritto con parole nostre, da fonti divulgative online (di cui non sono stati copiati testi né immagini):

(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924); E. Silvi, Toponomastica sacra di Palombara Sabina (1963). approfondimenti web: Tibursuperbum.)