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Visit Palombara Sabina

Chiesa

Cella di San Michele Arcangelo

Sopra Castiglione, dove il monte si spiana, i ruderi di un minuscolo monastero dell'abbazia di San Giovanni in Argentella custodiscono il culto orientale dell'Arcangelo e il mistero di una colonna romana murata.

C'è un luogo, all'estremo margine di Monte Gennaro, dove la montagna si addolcisce in un colle dalla vetta spianata e il silenzio è rotto solo dal vento. Qui, «nell'ultimo lembo di Monte Gennaro, dopo Castiglione», sorgeva la Cella di San Michele Arcangelo [Luttazi, p. 143]: uno dei quattro piccoli monasteri satelliti che dipendevano dall'abbazia di San Giovanni in Argentella e che, sparsi nel territorio, portavano l'assistenza dei monaci alle campagne più remote.

Delle quattro «celle» dell'Argentella — San Biagio (poi Collegiata del borgo), Santa Maria del Gonfalone, San Nicola e San Michele — quest'ultima è la più dimenticata e la più suggestiva [Silvi, p. 6]. Non è una chiesa da visitare con la guida: è un sito di rovine e di memoria, che parla di monaci-ingegneri, di acquedotti perduti e di una misteriosa colonna romana che per secoli nascose il volto dipinto di una donna coronata. Per chi ama l'archeologia e i luoghi fuori mano, è una delle tappe più intense di un ideale «itinerario delle celle dell'Argentella».

Cosa vedere

Il monasterino e le due chiese. Luttazi, che rilevò il sito di persona, descrive una cella «del tutto somigliante alla Colombara»: eccellente disegno, ottima muratura a piccoli poligoni regolari. Vi riconobbe il piccolo monastero con la chiesolina aderente verso Castiglione e, poco distante, le vestigia di una chiesolina a croce greca presso una cava o grotta [Luttazi, pp. 142–143]. La chiesa e il caseggiato «attuali» (cioè quelli superstiti in età moderna) sono invece, a suo giudizio, costruzione recente e di cattiva fattura, coeva al vicino Romitorio di San Nicola.

Gli affreschi perduti. La chiesa più tarda ebbe pareti affrescate ancora esistenti nel 1781, quando la Sacra Visita del cardinale Orsini la descrisse «ampia, completa, da servire di modello»: due altari — uno di San Michele Arcangelo «di stile gotico» e uno della Madonna delle Fornaci — e, alle pareti, pitture gotiche di Santa Caterina, Santa Chiara, San Leonardo e altri santi [Luttazi, pp. 147–148]. Silvi ricorda all'interno pitture «di mano maestra» [Silvi, p. 36]. Tutto è poi scomparso sotto la calce di «mani barbare».

La colonna misteriosa. È l'elemento più celebre. In un lato della chiesa era murata una colonna romana di marmo di 11 palmi, spezzata in tre pezzi, con una gabbia di ferro sulla punta. Smurata durante la Sacra Visita del 1777, rivelò di essere già stata rimossa in passato, di aver subìto il fuoco e di celare una figura di donna con corona in testa, dipinta alla gotica, velata prima di rosso e poi di calce bianca [Luttazi, pp. 148–149]. L'ipotesi di Luttazi — da presentare come tale — è che un eremita l'avesse incastonata nel muro facendovi dipingere una Madonna perché fosse venerata e non asportata; il marmo proverrebbe dalla necropoli di Rotavello o da una ricca villa romana della zona.

Gli acquedotti dei monaci. Sul dosso del monte, presso la cella, sgorgavano sorgenti che i monaci avevano allacciato e condotto fino agli edifici: gli antichi acquedotti erano ancora riconoscibili ai tempi di Luttazi [Luttazi, p. 143]. Sono la traccia più concreta dell'ingegneria idraulica monastica che rese vivibile questo lembo di montagna.

Esperienza di visita

San Michele non è un monumento attrezzato, ma un sito di rovine immerso nella macchia, sull'ultima propaggine del Gennaro sopra Castiglione, verso Palombara e Moricone. Raggiungerlo significa camminare in un paesaggio agro-silvo-pastorale antichissimo, tra oliveti e carpini, con lo sguardo che spazia sulla campagna sabina. È un'esperienza per escursionisti e appassionati di archeologia «minore», da vivere idealmente in coppia con la vicina Castiglione e con il Romitorio di San Nicola, in un itinerario dedicato alle celle e agli avamposti dell'Argentella.

Informazioni pratiche

  • Cosa aspettarsi: il sito è allo stato di rudere, non recintato né musealizzato. Non vi sono orari, biglietti o servizi.
  • Come arrivarci: il colle si trova sulle ultime pendici di Monte Gennaro, in prossimità di Castiglione. (Percorso esatto, segnaletica e stato attuale dei sentieri: da verificare in loco e con il Parco dei Monti Lucretili prima di indicarli ai visitatori.)
  • Accessibilità: raggiungibile solo a piedi su terreno naturale; scarpe da trekking indispensabili. Non adatto a passeggini o a chi ha difficoltà motorie.
  • Rispetto del luogo: trattandosi di un sito archeologico non tutelato, non asportare materiali e non manomettere le strutture.

Curiosità

  1. Le quattro celle dell'Argentella. San Michele è, con San Biagio, Santa Maria del Gonfalone e San Nicola, una delle quattro celle dipendenti dall'abbazia: di tutte è l'unica priva, finora, di una scheda dedicata [Silvi, p. 6].
  2. Distrutta o costruita dai Longobardi? Sul destino della chiesa gli studiosi si contraddicono apertamente: Luttazi la vuole distrutta dai Longobardi, Pompili forse da loro edificata [Luttazi, p. 142; Pompili, Medioevo, pp. 4–5, 7].
  3. Una legatezza pia per l'eternità. L'eremita fra Francesco Santini vi fondò un legato di sette messe l'anno, con l'obbligo di cantare messa il giorno di San Michele [Luttazi, p. 149].
  4. Il volto sotto la calce. La colonna murata, unica nel suo genere, custodiva una figura femminile coronata che la devozione popolare aveva trasformato in Madonna: un piccolo enigma iconografico ancora aperto [Luttazi, pp. 148–149].

History

La cella nasce nell'orbita monastica dell'Argentella, l'abbazia sorta nella valle sotto Palombara la cui vicenda si documenta con sicurezza dal X secolo. Il culto dell'Arcangelo Michele qui venerato è di provenienza orientale, coerente con la matrice greco-bizantina delle origini abbaziali; i Longobardi, che dominarono la Sabina come parte del Ducato di Spoleto, avevano a loro volta una particolare devozione per san Michele [Silvi, p. 36; Pompili, Medioevo, pp. 4–5, 7].

Proprio sull'età della chiesetta gli studiosi si dividono, ed è un punto da riportare come tale. Per Luttazi la cella primitiva andò distrutta «se non con le invasioni dei Goti (dopo la metà del V secolo), certamente alle prime irruzioni dei Longobardi» [Luttazi, p. 142]. Per Pompili, al contrario, la chiesetta a croce latina — lunga appena 17 metri e larga 6, di semplice tipologia basilicale paleocristiana — potrebbe essere stata costruita proprio dai Longobardi, così devoti all'Arcangelo [Pompili, Medioevo, pp. 4–5, 7]. Le due letture (distruzione longobarda / fondazione longobarda) restano oggi entrambe sul tavolo.

Quel che è certo è la funzione della cella: da qui i monaci assistevano i coloni sparsi nella campagna di Rotavello e delle Casule (l'odierna Càsoli) e gli abitanti del vicino castello di Castiglione [Luttazi, p. 143; Silvi, p. 36]. Non un semplice eremo, dunque, ma un presidio pastorale e agricolo. Nei secoli la cella decadde: ridotta a «beneficio semplice», passò in possesso del sacerdote Desideri di Palombara insieme alla chiesa di San Pietro; sotto Napoleone I le chiese furono spogliate, ma a San Michele furono risparmiate una zona di terra e la casa del custode, riconosciute come «monumenti pubblici molto interessanti alla storia di Palombara». Ai tempi di Luttazi, tuttavia, anche quei beni erano ormai stati venduti [Luttazi, p. 148].