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Chiesa

Chiesa di Monte Venere

Sul colle di Monte Venere, tra i resti di una tenuta di villeggiatura seicentesca, la memoria di una piccola chiesa privata affacciata sulla campagna sabina.

Chi cerca a Monte Venere un antico santuario di montagna resta spiazzato: qui non c'è mai stata una grande chiesa di pellegrinaggio, ma una piccola cappella privata, nata nel Seicento come parte di una tenuta di villeggiatura e poi lasciata andare in rovina. È una storia minore e proprio per questo affascinante, perché racconta un modo di abitare la campagna sabina — quello delle "vigne di delizia" — che oggi sopravvive quasi solo nei documenti d'archivio e in un toponimo.

Monte Venere è uno dei colli del territorio di Palombara Sabina. Il nome sopravvive ancora oggi in una "Strada di Monte Venere", nella toponomastica del comune: il segno più tangibile, sul terreno, di una vicenda che si consumò tra il tardo Cinquecento e la metà del Settecento e che vide protagoniste alcune delle grandi famiglie che controllarono Palombara — i Savelli e, dopo di loro, i Borghese.

La cappella di Monte Venere merita una scheda a sé soprattutto per un motivo: il suo nome viene spesso confuso con quello di altri luoghi vicini. Non va scambiata per "Monte Verde", il castello medievale diruto che sorgeva a un miglio dal paese; e la sua storia non ha nulla a che vedere con la devozione mariana più celebre di Palombara, quella per la Madonna della Neve, che appartiene ad altri edifici. Qui parliamo di una piccola chiesa gentilizia, legata alla vita e ai debiti di chi possedette quella vigna.

Architettura

Le fonti disponibili non descrivono la fabbrica della chiesa nel dettaglio: non ci sono, negli appunti d'archivio consultati, notizie sulla facciata, sulla pianta, su eventuali cappelle o su un campanile. Sappiamo che era una cappella privata, parte di un complesso di villeggiatura che comprendeva il casino, il tinello e una grotta, e che fu costruita a partire dal 1666 circa per volontà di Pietro Alberti.

Le stesse fonti concordano nel dire che, dopo la vendita del 1750, il luogo si ridusse a "una maceria di pietre": è quindi ragionevole immaginare che oggi di quella chiesa non restino che ruderi, se non addirittura tracce difficilmente riconoscibili tra la vegetazione. Ogni descrizione più circostanziata dell'edificio — orientamento, materiali, eventuali resti visibili in loco — resta da verificare con un sopralluogo e con le fonti archivistiche originali.

Cosa vedere

Monte Venere non è una meta "monumentale", e va presentata per quello che è: un luogo della memoria più che un edificio da visitare. Il suo interesse sta nel paesaggio e nel racconto. Il colle offre il tipo di panorama sulla campagna sabina che, tre secoli fa, fece definire questa tenuta "un luogo di vera delizia": ed è probabilmente questo — la vista, l'aria, la quiete degli oliveti e delle vigne — la cosa più autentica che ancora oggi vi si può cercare.

Chi ama i luoghi carichi di storie apprezzerà l'idea di ripercorrere, sul posto o con la mappa alla mano, la vicenda di una "vigna di delizia" secentesca: la torre di vedetta anti-saracena, il casino degli Alberti, la piccola chiesa dove per qualche decennio si celebrò la Messa nelle feste, e infine la rovina. È un frammento di storia sociale della campagna palombarese, più che un capitolo di storia dell'arte.

Curiosità

  • La torre "per tenere a segno i Saracini". Prima ancora della villa e della cappella, il colle di Monte Venere ospitava una torre di vedetta, già in rovina nel 1642, pensata come specola contro le incursioni saracene: un dettaglio che collega Monte Venere alla lunga stagione di insicurezza che segnò questa parte della Sabina e che spiega la presenza di tante torri e rocche sui suoi rilievi.
  • Una chiesa "a condizione". La cappella di Monte Venere è uno dei rari casi in cui un obbligo di culto nasce da una trattativa sui debiti: nel 1688 il principe Borghese condona gli arretrati alla vedova Alberti soltanto a patto che nella chiesa si continui a celebrare la Messa in tutte le feste. La devozione, qui, si intreccia strettamente con l'economia della tenuta.
  • Attenzione all'omonimia. "Monte Venere" viene facilmente confuso con "Monte Verde", il castello medievale diruto che sorgeva a circa un miglio da Palombara, distrutto nelle lotte tra Savelli e Orsini, e con il "Monteverde in Sabina" citato in documenti antichi. Sono luoghi diversi: solo Monte Venere è legato alla cappella secentesca degli Alberti.

Informazioni per la visita

  • Ubicazione: territorio comunale di Palombara Sabina (RM), sul colle di Monte Venere; il toponimo sopravvive nella "Strada di Monte Venere" (CAP 00018). La collocazione esatta dei resti della cappella non è documentata nelle fonti consultate e va verificata in loco.
  • Accessibilità: non risultano percorsi attrezzati né segnaletica dedicata; trattandosi di area di campagna e di proprietà da verificare, si raccomanda prudenza e il rispetto di eventuali terreni privati.
  • Orari: non applicabili (non è un luogo di culto officiato).
  • Consiglio: più che una "visita" in senso classico, Monte Venere si presta a una passeggiata nella campagna sabina con la sua storia in tasca. Da abbinare, per contrasto, alla visita delle chiese del centro storico di Palombara, dove la vicenda religiosa del paese è ancora leggibile negli edifici.

La posizione sulla mappa è indicativa.

History

Le notizie più precise su Monte Venere le dobbiamo agli atti notarili raccolti da Raffaele Luttazi. Nel Seicento Monte Venere era una vigna appartenuta ai Savelli: Federico Savelli la vendette — stimata circa 3.070 scudi — a Giulio Pacopaloni. Sul colle, ricordano gli atti Belgi del 25 maggio 1642, sorgeva anche "una torre diruta, come specola per tenere a segno i Saracini": la traccia, cioè, di un più antico presidio di vedetta contro le incursioni.

La svolta arriva nel 1655, quando la proprietà viene rivenduta a Pietro Alberti per 1.100 scudi, con un canone annuo di 20 scudi dovuto al principe Borghese, allora signore di Palombara. È l'Alberti a trasformare Monte Venere in quello che le fonti chiamano "un luogo di vera delizia": vi realizza il casino (la casa di villeggiatura), il tinello, la grotta e, come si legge negli atti Angelucci dell'11 maggio 1666, "principiò anche la Chiesa". La cappella nasce dunque in questa cornice, dopo il 1666 circa: non un edificio di culto pubblico, ma la piccola chiesa privata di una tenuta di piacere.

La parabola successiva è quella di un lento declino segnato dai debiti. Alla morte dell'Alberti la proprietà si trova gravata di canoni non pagati verso il principe Borghese. Il 18 maggio 1688, con atti Olivieri, il principe condona gli arretrati alla vedova Anna — nel frattempo risposatasi con Giacomo Tezi — ma a una condizione precisa: che nella chiesa si celebri la Messa in tutte le feste. È l'unico obbligo di culto documentato per questa cappella, e la lega alla comunità almeno per le celebrazioni festive.

L'accordo non basta a salvare la tenuta. Il 10 luglio 1750, con istromento Iacobuzi, gli eredi di Anna, ormai sommersi dai debiti, vendono tutto al principe Borghese per 1.523 scudi. La chiusa che Luttazi dedica a Monte Venere è quasi un epitaffio: "così terminarono le delizie, e Monte Venere rimase una maceria di pietre".

(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924).)

Timeline

  1. 1666

    Pietro Alberti inizia la costruzione della cappella nella vigna di delizia di Monte Venere.

  2. 1688

    Il principe Borghese impone l'obbligo della Messa festiva nella cappella in cambio del condono dei canoni.

  3. 1750

    Gli eredi, indebitati, vendono la tenuta al Borghese; il luogo cade in rovina.