TREKKING
Monte Gennaro: il balcone sulla campagna romana
- Length
- 14 km
- Duration
- 7h
- Elevation gain
- 950 m
- Difficulty
- MEDIO
C'è una montagna che i palombaresi hanno sempre chiamato semplicemente "la montagna". È il Monte Gennaro, l'ultima grande vetta dell'Appennino a farsi guardare da Roma: da lontano pare un monte solo, diviso in tre punte — il Monte della Guardia, il Pizzo (o Monte dei Zappi) e la Morra — e domina il paese come una presenza familiare, mutevole con le stagioni e con la luce.
Salirci a piedi non è soltanto una camminata: è entrare dentro una storia lunghissima. Su queste erte i pastori sabini costruirono, in tempi preistorici, terrazzamenti "ciclopici" che ancora oggi disegnano il fianco del monte; qui i gesuiti Boscovich e Secchi piantarono strumenti per misurare il meridiano di Roma, tanto che il Gennaro fu detto "la montagna degli astronomi"; e nel Seicento la flora di queste balze fu studiata da Federico Cesi, fondatore dell'Accademia dei Lincei — non a caso una radura del grande altopiano di vetta porta ancora il nome di "anfiteatro linceo".
L'itinerario che vi proponiamo sale da Palombara, dal Convento di San Nicola, attraversa il bosco di faggi, sbuca sull'immenso Pratone di Monte Gennaro — una campagna "piana come un bigliardo" incastonata tra le vette — e da lì raggiunge la cima più alta, la Cima Zappi, a circa 1.271 metri. È l'escursione classica della Sabina: impegnativa ma alla portata di chiunque cammini con un minimo di allenamento, e ripagata da un panorama che, nelle giornate limpide, spazia dal mare all'Appennino innevato.
Le tappe
- Convento di San Nicola (il Romitorio) — inizio del sentiero CAI 319
- Il primo gradino del bosco: dalla quota 600 alla faggeta (quota 800 circa)
- La quota 1000: pascoli, doline e ingresso nell'ambiente carsico
- Il Pratone di Monte Gennaro e l'"anfiteatro linceo"
- La salita finale alla vetta (Cima Zappi, ~1.271 m)
- Il panorama di vetta e il ritorno
Il percorso passo per passo
1. Convento di San Nicola, il punto di partenza
Si parte dal Convento di San Nicola, che le antiche cronache chiamano "il Romitorio": una piccola chiesa con monastero annesso, appoggiata alla china di Monte Gennaro proprio "dove finisce la terra vegetale e comincia la roccia". È il luogo giusto per cominciare, non solo perché di qui prende avvio il sentiero CAI 319 (segnavia bianco-rosso) diretto alla vetta, ma perché già da qui, voltandosi, si vedono "le cupole e i palazzi di Roma sfumati entro una luce violetta", come scriveva un cronista di un secolo fa. L'aria è tale che il luogo, dicevano, "potrebbe chiamarsi un secondo qui si sana".
Assicuratevi di avere acqua a sufficienza (sul percorso non ci sono fontane garantite) e di aver controllato il meteo. Il sentiero comincia a salire deciso fin da subito.
2. Il gradino del bosco
Dai circa 600 metri del convento il sentiero affronta il primo "gradino morfologico" della montagna, guadagnando quota tra querce, aceri e frassini. Verso gli 800 metri il bosco cambia volto: iniziano i faggi, che accompagneranno buona parte della salita con la loro ombra fresca e il suono del vento tra le foglie. È il regno storico dei carbonai e dei legnaioli palombaresi, che per secoli salirono quassù — spesso di frodo — a far legna e mortella.
Il fondo è a tratti ripido e pietroso: si sale, come dicevano i vecchi, "di chiappa in chiappa", cioè un gradone di roccia dopo l'altro. Prendetevela con calma e mantenete un passo regolare.
3. Verso i pascoli e le doline
Intorno ai 1000 metri il paesaggio si apre. La faggeta si dirada e compaiono i pascoli d'alta quota, spesso frequentati da cavalli e mucche allo stato brado: teneteli a rispettosa distanza, non avvicinatevi ai puledri e non fatevi trovare tra una madre e il suo piccolo. Qui la montagna rivela la sua natura carsica: conche erbose, avvallamenti e doline — imbuti naturali scavati dall'acqua nella roccia calcarea — punteggiano il terreno. È il segnale che il Pratone è vicino.
Prestate attenzione alla segnaletica: nei tratti aperti di pascolo la traccia può farsi meno evidente e, con la nebbia, è facile perdere l'orientamento.
4. Il Pratone di Monte Gennaro
Ed ecco la meraviglia che ripaga ogni fatica: il [Pratone](/it/luoghi/pratone-di-monte-gennaro). In mezzo alle vette "ritorte, dirupate, selvagge", si spalanca all'improvviso una campagna dolce e amena, "piana come un bigliardo", tutta coperta d'erba e di fiori. In primavera è un tappeto di fioriture — le stesse che nel Seicento attirarono lo sguardo naturalistico di Federico Cesi e dei suoi Lincei; una radura porta ancora il nome di "anfiteatro linceo".
È il luogo ideale per una sosta lunga, magari con pranzo al sacco. Da qui la Cima Zappi è già visibile, e un bivio segnala la direzione della vetta.
5. La salita alla vetta
Dal Pratone la traccia risale l'ultimo pendio verso la Cima Zappi, il punto più alto del massiccio, a circa 1.271 metri. È il tratto più aereo e panoramico: la fatica finale, in cambio, apre lo sguardo a trecentosessanta gradi.
Attenzione: questo è terreno d'alta montagna. Con vento forte, nebbia o neve la vetta va affrontata con prudenza o rinviata. Non allontanatevi dalla traccia principale.
6. Il panorama e il ritorno
Dalla cima si capisce perché il Gennaro fu scelto dagli astronomi: la vista, nelle giornate terse, spazia dal Mar Tirreno al Soratte, dalla cupola di San Pietro fino al Terminillo e, all'orizzonte, al Gran Sasso innevato. Sotto, la campagna romana e la Sabina si distendono come una carta geografica.
Per il ritorno si può ripercorrere il sentiero di salita oppure — con più tempo e buona lettura della segnaletica — chiudere un anello scendendo verso il Pratone e rientrando in direzione dell'area di Castiglione. Valutate le energie residue e le ore di luce prima di scegliere la variante più lunga.
Consigli pratici
- Attrezzatura: scarponi da trekking con suola scolpita (obbligatori: il fondo è pietroso e sconnesso), abbigliamento a strati, giacca antivento/antipioggia anche d'estate, cappello e occhiali da sole, bastoncini utili in discesa.
- Acqua: portatene almeno 1,5-2 litri a testa. Le fonti storiche di montagna (Campitelli, la polla dei pastori) non sono da considerare potabili né garantite: partite autosufficienti.
- Sicurezza in montagna: non partite mai da soli senza avvisare qualcuno del vostro itinerario e dell'orario previsto di rientro. Calcolate di essere in vetta con largo anticipo sul tramonto. In caso di emergenza il numero unico è il 112 (soccorso alpino).
- Meteo: controllate le previsioni la sera prima e la mattina stessa. In quota il tempo cambia in fretta; i temporali pomeridiani estivi sono frequenti e pericolosi su una cima esposta. Se il cielo si carica, tornate indietro.
- Segnaletica CAI: seguite i segnavia bianco-rossi del sentiero 319 e la cartellonistica del Parco. Nei tratti di pascolo aperto e in caso di nebbia procedete con prudenza: portate mappa, bussola e/o traccia GPS, non affidatevi al solo cellulare.
- Quando NON andare: con neve, ghiaccio o nebbia fitta; con allerta meteo; nelle ore centrali di una giornata estiva rovente. In presenza di bestiame al pascolo, mantenete la distanza e non disturbate gli animali.
- Rispetto dell'ambiente: siete in un'area protetta. Non raccogliete fiori, non abbandonate rifiuti, non accendete fuochi, tenete i cani al guinzaglio.
(Fonti: R. Luttazi, Dell'Isola Sabina e della Badia di S. Giovanni in Argentella (1924); E. Silvi, Toponomastica sacra di Palombara Sabina (1963). approfondimenti web: Wikipedia.)
